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07.12.2019

Il marito di Souad è stato condannato al carcere a vita

Abdelmjid El Biti in una fase dell’udienza che si è conclusa con la lettura della sentenzaIl presidente della Corte d’assise Roberto Spanò, al centroAbdelmjid El Biti durante la traduzione della sentenza L’emozione dei genitori di Souad dopo la sentenza SERVIZIO FOTOLIVE
Abdelmjid El Biti in una fase dell’udienza che si è conclusa con la lettura della sentenzaIl presidente della Corte d’assise Roberto Spanò, al centroAbdelmjid El Biti durante la traduzione della sentenza L’emozione dei genitori di Souad dopo la sentenza SERVIZIO FOTOLIVE

Non c’è un cadavere, ma per la corte d’assise di Brescia ce n’è abbastanza per condannare all’ergastolo Abdelmjid El Biti. E soprattutto per condannarlo al massimo della pena, con diciotto mesi d’isolamento, per omicidio volontario aggravato, sottrazione di cadavere, atti persecutori e violenza sessuale aggravata. In sintesi la corte d’assise, presieduta da Roberto Spanò, ha ritenuto Abdelmjid El Biti colpevole di tutti i reati che gli venivano contestati. Vittima la moglie, da cui viveva separato, Souad Alloumi, di cui appunto non si trova il corpo. La pena dell’ergastolo era stata chiesta dal pm Maria Cristina Bonomo, affiancata dal collega Gianluca Grippo. La corte d’assise ha anche disposto la trasmissione degli atti alla procura per una testimone. SOUAD ALLOUMI è scomparsa nella notte tra il 3 e il 4 giugno 2018, dall’abitazione in cui viveva in via Milano. Nella ricostruzione accusatoria, che quindi è stata fatta propria dalla corte d’assise, la vittima è stata uccisa in casa e poi messa in un borsone con rotelle da El Biti, che l’avrebbe caricata in auto e poi occultata in un luogo che non è mai stato trovato. Quella notte El Biti, per raggiungere Seniga, dove abitava, ci mise circa tre ore. Nella requisitoria il pm Maria Cristina Bonomo, ha detto: «Souad era costretta a una vita da schiava. Era priva, in quei mesi, delle chiavi di casa». E ha ricordato i maltrattamenti che, sulla base delle testimonianze raccolte, Souad avrebbe subito prima della separazione. Nella ricostruzione accusatoria i maltrattamenti rappresentano il presupposto per l’allontanamento di Souad dalla casa di Seniga dove viveva in precedenza con il marito. È lungo l’elenco delle violenze di cui in aula ha riferito il pm Bonomo. Violenze che nelle versioni fornite dalla donna sarebbero state modificate, nel clima di violenza che regnava in famiglia. Quanto alla notte in cui sarebbe avvenuto il delitto, la pubblica accusa ha evidenziato che «le sporgenze del borsone riconducono a ginocchia e tibie di Souad». E in carcere «El Biti non chiede mai dov’è la moglie, la menziona solo per insultarla». I difensori di El Biti, Federico e Gianfranco Abate, che nel processo sono stati affiancati dalla collega Laura Rusconi, hanno evidenziato che nelle indagini «è stata forzata la mano in una sola direzione. Ma noi abbiamo dimostrato che c’era una via di fuga alternativa, che avrebbe consentito ad Alloumi di non essere ripresa». Nella consulenza, poi «si sarebbe dovuto usare un peso quanto più simile al corpo dell’Alloumi. Ci si è accontentati del filmato delle telecamere del bar». E l’avvocato Gianfranco Abate: «C’erano anche elementi che Alloumi volesse sottrarsi alla volontà persecutoria del marito. Questo aspetto non è stato assolutamente perlustrato». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Mario Pari
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