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20.11.2020

Il medico Usca:
«Gli anziani
da preservare»

L’ambulatorio Covid allestito in via Morelli a Brescia dove le Usca ricevono pazienti inviati dai medici di base per fare visite e tamponi   FOTOLIVE
L’ambulatorio Covid allestito in via Morelli a Brescia dove le Usca ricevono pazienti inviati dai medici di base per fare visite e tamponi FOTOLIVE

Che non sarebbe stata un’emergenza di pochi mesi, Mirsada Katica lo aveva capito quasi subito. Più arduo, invece, prevedere quando finirà. Trentasei anni, «arruolata» nelle Usca – Unità speciali di continuità assistenziale - la dottoressa per ora ha solo una certezza: essere dentro a un vortice. Ogni giorno si barda di tutto punto, come previsto dai protocolli anti-contagio, ed esce di casa per le sue 12, a volte 14 ore di lavoro. Katica è una Usca della prima ora, in prima linea da fine marzo. Ha visto la prima grande ondata, poi la relativa calma, infine il rigonfiarsi della pandemia. E agli scettici dice: «È lo stesso identico virus con la stessa trasmissione e pericolosità. Soprattutto dopo l'apertura delle scuole abbiamo visto un aumento di contagi. Bisogna fare molta attenzione quando si hanno nonni in famiglia». SUL TERRITORIO di Ats Brescia le Usca, spiega, sono attualmente sette: «Alle prime sedi di Brescia, Palazzolo, Montichiari e Orzinuovi si sono aggiunte Bagnolo, Gavardo e Gardone Valtrompia. Ognuna ha due medici tranne Brescia e via Morelli dove siamo in quattro ad essere operativi. Ma come si svolge una giornata tipo? «Io e i miei colleghi arriviamo in ambulatorio e la prima cosa che facciamo è vagliare le segnalazioni inviate dai medici di famiglia per pazienti sospetti Covid. Poi ci suddividiamo le visite a domicilio nelle quali si fanno anche tamponi ed ecografie. C’è poi il lavoro svolto nell'ambulatorio Covid aperto in via Morelli a Brescia dove arrivano i pazienti inviati dai medici. Anche lì facciamo il tampone, oltre agli esami ematochimici e all'ecografia toracica. Se il paziente evidenza delle criticità, e mi è capitato di vederne con polmonite in stato avanzato, chiamiamo l'ambulanza per trasferirlo in ospedale». Una quotidiana esposizione al contagio, sebbene protetti da tute, visiere, mascherine e guanti. «Braccio operativo» dei medici di base, sono state definite le Usca. E la paura? «La paura fa parte dell’essere umano ma davanti al paziente che soffre passa in secondo piano». Per chi sta male a casa, con il dubbio del contagio, poter essere visitato da un medico è un sollievo non indifferente. «Sono sempre felici di avere lì qualcuno che si preoccupa per la loro salute». LE USCA arrivano a fare anche 20 visite al giorno, spiega Katica: «Nella prima ondata c'erano moltissime richieste a Orzinuovi, Montichiari e Brescia. Oggi sono soprattutto a Montichiari, anche 25 al giorno» spiega, sottolineando che «da settembre abbiamo ripreso il ritmo di aprile». Fondamentale il ruolo «filtro» delle Usca per evitare da un lato il peggioramento dei pazienti e dall’altro il sovraffollamento degli ospedali. «Facciamo la valutazione clinica del paziente e poi la comunichiamo al medico di base. Se l’ecografia evidenzia un quadro di polmonite si decide insieme se iniziare la terapia antinfiammatoria mirata o portare il paziente in ospedale». Attualmente, però, «la maggior parte dei pazienti la stiamo curando a casa». Dalle 8 alle 20 le Usca lavorano sotto tensione. Con la speranza, comune a tutti, che la pandemia possa indebolirsi. «Sarebbe un bel sogno, siamo veramente molto stanchi» ammette. Senza contare il timore di portare il virus a casa una volta terminato il turno. «Io abito da sola e non ho questo problema. Ma sono comunque preoccupata per la mia famiglia che abita in Albania. Video chiamo spesso i miei e ho monitorato mia madre a distanza perché ha avuto la febbre (ora sta meglio) . Anche lì Covid è diffuso ma la sanità non è come in Italia». •

Paola Buizza
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