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14.12.2019

Il pm Salamone, quarant’anni in trincea

Fabio Salamone
Fabio Salamone

Due realtà completamente diverse, da un capo all’altro della nazione. Ma in cui si è ripartita la sua quarantennale esperienza professionale. Fabio Salamone, magistrato originario di Agrigento, nei primi quindici anni ha servito la giustizia nella sua città. Poi, dal 17 marzo 1994 a oggi è stato a Brescia. Queste sono quindi le ultime ore a palazzo di giustizia di Brescia prima di andare in pensione. «SONO STATI ANNI decisivi - racconta parlando della prima fase professionale, ad Agrigento - per affrontare la criminalità organizzata in modo nuovo e io ne ero assolutamente coinvolto. Fui giudice istruttore nel momento cruciale, quello delle due grandi indagini sfociate nel maxi processo di Palermo e contemporaneamente ad Agrigento. C’era sinergia con contatti settimanali con Palermo. Le indagini, in quella fase venivano condotte in un modo tutto diverso e il problema era soprattutto far capire agli altri che la situazione era cambiata. Che prima di Falcone sulla mafia si discuteva tanto, poi dopo quelle indagini nessuno ha più messo in discussione che la mafia fosse reale». I ricordi di Fabio Salamone sono però anche quelli delle morti violente dei colleghi: «C’erano rapporti continui con Borsellino, di cui ero stato uditore e incontri frequentissimi con Giovanni Falcone. Eravamo una sorta di “club”, non tutti la vedevano come noi, bisognava vincere resistenze psicologiche, culturali e storiche». Ma non solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «Il giorno in cui morì Rosario Livatino, con cui lavoravo - ricorda il magistrato - è ancora perfettamente nella mia mente: ero casualmente in ferie, sono rientrato di corsa. Non potrò mai dimenticare. Ci sconvolse anche perché l’ambiente era piccolo, c’era un rapporto che andava oltre l’amicizia». Anni, quelli in cui «il clima era quello che era. I rischi, si sapeva, c’erano, ma si cercava di non pensarci e soprattutto c’era una forma di entusiasmo con un coinvolgimento locale». Nel 1994, l’arrivo a Brescia, dove però «l’esperienza di Agrigento si è rivelata molto importante. La realtà era totalmente diversa, trovai un ambiente in cui non si respirava la tensione dei palazzi siciliani. Anche il modo di affrontare la realtà del lavoro era diversa. Penso d’aver portato aria nuova soprattutto nei rapporti con un certo tipo di criminalità». A Brescia Fabio Salamone trova molto proficuo il «periodo in cui viene inserito nella Direzione distrettuale antimafia. Ci sono poi stati dei bei risultati nella lotta al traffico di stupefacenti. I trafficanti all’epoca erano conosciuti, ma non si era mai riusciti a perseguirli per come meritavano. Portai la mia esperienza per avere i collaboratori di giustizia». A Brescia quindi le soddisfazioni non sono mancate. Una magari, quella «di diventare procuratore capo dopo aver retto la procura in precedenza. Ma a Brescia ti trovi ad affrontare tutta una serie di sollecitazioni. Certo servirebbero più risorse». Pensando ai mali bresciani da curare, evidenzia «i reati economici e quelli ambientali». E aggiunge, sulla procura: «Lascio un ambiente di prim’ordine». Con un pensiero ai colleghi scomparsi negli anni bresciani: Nicola Pace, Alberto Rossi e Federico Bisceglia. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Mario Pari
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