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10.08.2020 Tags: Brescia

In fila con gli
ultimi per un
pezzo di pane ai tempi del Covid

La coda all’ingresso della mensa «Menni» FOTOLIVE/Filippo Venezia
La coda all’ingresso della mensa «Menni» FOTOLIVE/Filippo Venezia

Le prime persone iniziano ad arrivare sul finire delle 10, lo fanno in maniera quasi circospetta: si avvicinano al grande portone della mensa Menni e si allontanano subito dopo. Sono ancora in pochi e preferiscono attendere sul marciapiede aldilà della strada. Forse per non farsi notare dai passanti e dalle macchine che sfrecciano in quella via a ridosso del centro cittadino. È metà agosto ma la povertà non va in vacanza. Lo dimostra quella fila che, con il trascorrere dei minuti, aumenta a vista d’occhio. Ogni mattina si ritrovano davanti al cancello automatico di via Vittorio Emanuele II, in attesa che si apra per poter ritirare un pasto caldo. A volte anche due, se ne avanzano. Uomini e donne di ogni età, nazionalità e religione. Una situazione di marginalità aggravata dalla pandemia che ha risucchiato nella spirale della fame anche chi un lavoro, prima, lo aveva. Sono le nuove facce della crisi. Soprattutto adulti: hanno il volto segnato dalle rughe, scalfite nella pelle dal trascorrere degli anni e rese ancor più dure dalle difficoltà di infiniti mesi passati a sopravvivere. Per la fine di un matrimonio che li ha ridotti sul lastrico, la perdita di un lavoro o mille altri motivi. Donne, molte dell’est Europa, distinte e ben vestite come a voler a tutti i costi mantenere una quotidiana normalità, interrotta «solo» da una breve «sosta» mattiniera. Non mancano neppure i giovani, già rassegnati all’assenza di un futuro certo. «È difficilissimo trovare lavoro in questo periodo», lo conferma un appena trentenne del Senegal, ogni mattina ormai da mesi in fila per il pranzo. Molti dei ragazzi italiani, invece, hanno problemi di tossicodipendenza e di alcol. Annientati nel fisico e nell’animo per una delusione d’amore, per una famiglia «sbagliata» o una compagnia di amici che forse, anzi sicuramente, era meglio evitare fin da subito. Impossibile non notarli, emaciati nel viso e nel corpo, mangiati dentro e fuori da sostanze velenose. C’è un divario generazionale ma è solo nella differenza di età: sempre gli stessi i motivi per cui si è finiti lì davanti. L’immagine che risalta agli occhi è fuori da ogni preconcetto: a tendere la mano nella richiesta di un «tozzo di pane» non ci sono solo senzatetto o individui trasandati. Non mancano gli «insospettabili», quelli con la camicia, un abbigliamento pulito o un bel vestito da donna. Un aspetto esteriore che facilmente cozza con quanto si è costretti a fare. Una signora romena ha perso il lavoro da badante e per lei «è diventato sempre più complicato mangiare». Ritira quotidianamente un sacco con all’interno un pasto caldo, dell’acqua e un po’ di pane. Per tirare a campare e avere qualche energia per affrontare un’altra giornata. La fila aumenta fino allo scoccare delle 11. È IN QUEL momento che smettono di parlare tra di loro: la porta che darà sollievo ai morsi della fame si apre. Indossano la mascherina ed entrano: i primi escono immediatamente e si disperdono su via Vittorio Emanuele II, tra i «macchinoni» che stonano con quell’estrema povertà. Ad ognuno di loro viene consegnato il pranzo che mangeranno da un’altra parte, alcuni si fermano nelle vicinanze all’ombra di un edificio, altri tornano al loro paese di provincia. Il flusso ininterrotto di una realtà tanto sofferente quanto invisibile va avanti per oltre un’ora. Arrivano a piedi, in bici. Ormai si conoscono, qualcuno porta al guinzaglio il suo amico a quattro zampe: anche i cani felicemente scodinzolanti restano in attesa di mettere qualcosa sotto ai denti. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Marta Giansanti
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