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16.10.2020 Tags: Brescia

In ospedale per
oltre 200 giorni.
«Mi ha salvato l’amore di tutti»

L’«abbraccio» a distanza tra Giovanni Martinelli appena dimesso e  i parenti, gli amici e i vicini di Orzinuovi
L’«abbraccio» a distanza tra Giovanni Martinelli appena dimesso e i parenti, gli amici e i vicini di Orzinuovi

C’erano tutti i residenti del condominio di via Vecchia 81 a Orzinuovi, ad accogliere il 61 enne Giovanni Martinelli, giunto in auto con la moglie Maria e il figlio Matteo, dalla riabilitazione Maugeri di Lumezzane, 202 giorni dopo il suo ricovero al Mellini di Chiari. A fargli festa, c’erano familiari, parenti, amici e conoscenti che non lo vedevano dal 20 marzo, ultimo giorno d’inverno, quando iniziò la sua battaglia contro il Coronavirus, 49 giorni dopo essere andato in pensione. A MARTINELLI, sceso dall’auto con gli occhi lucidi, sono servite le stampelle per camminare, in abiti della taglia sbagliata, per aver perso oltre 20 chili. La gioia, i palloncini colorati sulla recinzione e il grande lenzuolo con «Bentornato papà» sul condominio, non hanno fatto dimenticare le nuove regole: come Martinelli, tutti avevano la mascherina. «Sono andata con Matteo a prenderlo a Lumezzane, dove avevo potuto vederlo solo quando era uscito dalla Rianimazione di Chiari, per la riabilitazione - racconta la moglie -. A marzo aveva la febbre: chiamammo più volte il medico che, dopo avergli fatto fare una radiografia, ci spiegò che aveva una polmonite». Vedendo che non migliorava i familiari hanno chiamato il Pronto soccorso: «Alla terza volta, quando abbiamo riferito che Giovanni era affaticato e aveva 165 battiti al minuto, è arrivata l’ambulanza che l’ha portato al Pronto soccorso di Chiari. Dopo 24 ore di attesa è stato ricoverato: intubato lo stesso giorno. I medici ci chiamavano tutti i giorni. È stato un lungo incubo». «La vita è meravigliosa» commenta da casa Martinelli. «Te ne rendi conto quando superi un’esperienza come la mia e torni dopo sette mesi: Mariella, mia moglie e i miei figli Matteo e Anna mi stanno coccolando in queste ore. Credo che il ritorno a casa sia stato il momento più bello, anche se ero felice anche prima di ammalarmi, con la mia famiglia e il mio lavoro che mi portava a contatto ogni giorno con tante persone, per 43 anni al bancone a servire i clienti. Sono contentissimo di ricevere telefonate e messaggi di conoscenti e amici. Mi spiace vedere in tv cosa succede: persone che non rispettano semplici regole per evitare di ammalarsi e mettere a rischio i propri cari». Cosa l’ha aiutata a superare il Covid? «L’affetto dei miei» risponde senza esitare «è stato fondamentale per superare la malattia senza deprimermi. Oltre 200 giorni in ospedale sono tanti ma se ti senti amato trovi le forze. Sono stati importanti anche medici e infermieri, che ringrazio. Non ho potuto conoscere molti di loro, nelle condizioni in cui mi trovavo». Il momento peggiore? «Non è facile dirlo: forse quando mi hanno intubato e tracheotomizzato nella Rianimazione di Chiari. Rimasi incosciente per non so quanti giorni. Devo ringraziare i medici dell’ospedale di Chiari, quelli della riabilitazione di Lumezzane e quelli del Civile di Brescia, dove sono stato portato per l’ultimo intervento. Sarò seguito da un fisioterapista del Maugeri di Lumezzane - conclude -. E da mia moglie che non mi abbandona un momento!». •

Giancarlo Chiari
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