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21.04.2019

«La letteratura? Ha un potere rigenerante»

Stas’ Gawronski, autore e conduttore Rai, insegna alla Lumsa di RomaUn incontro del Mese Letterario all’auditorium di via Balestrieri
Stas’ Gawronski, autore e conduttore Rai, insegna alla Lumsa di RomaUn incontro del Mese Letterario all’auditorium di via Balestrieri

Nei quattro giovedì di maggio (il 2, 9, 16 e 23) tornerà a Brescia il Mese Letterario. La rassegna promossa dalla Fondazione San Benedetto è giunta quest’anno alla decima edizione. Un traguardo che nessuno degli organizzatori immaginava di raggiungere quando nel 2010 fu proposto il primo ciclo di quattro incontri dedicato ai grandi autori della letteratura con a tema Dante, Dostoevskji, Pasolini e Leopardi. Una proposta che si è fatta strada senza bisogno di investiture istituzionali. La risposta è stata sorprendente con un pubblico variegato formato da tanti giovani, ma non solo, che è andato crescendo negli anni arrivando a sfiorare gli 800 partecipanti. Merito soprattutto dei relatori di volta in volta scelti per presentare i diversi autori e renderli contemporanei, «vicini alle passioni e alle domande che ciascuno porta nel suo cuore». Tolti dalla polvere e azzerati gli stereotipi scolastici, scrittori di tutte le epoche sono ritornati così a essere presenze vive che hanno ancora qualcosa da dire per la nostra vita e per le circostanze in cui ci troviamo a vivere. Quest’anno ad aprire la decima edizione del Mese Letterario, di cui Bresciaoggi sarà media partner, giovedì 2 maggio alle 20.30 all’auditorium di via Balestrieri interverrà Stas’ Gawronski con una serata dedicata all’esperienza della letteratura. Divulgatore culturale, noto per essere stato l’autore e conduttore di CultBook, una trasmissione di culto dedicata alla letteratura che è andata in onda sui canali culturali della Rai per più di 15 anni, Gawronski insegna scrittura creativa all’Università LUMSA di Roma. Dallo scorso anno dirige la Scuola di Lettura e Scrittura della Fondazione San Benedetto. Un’iniziativa quest’ultima nata come sviluppo del Mese Letterario e dalla riscoperta di un nuovo interesse per l’esperienza della lettura. In occasione dell’incontro di giovedì 9 maggio la Scuola di Lettura e Scrittura sarà intitolata al poeta friulano Pierluigi Cappello, scomparso nel- l’ottobre 2017, a soli cinquant’anni. Protagonista della serata sarà la scrittrice Susanna Tamaro che presenterà il suo libro «Il tuo sguardo illumina il mondo» (editore Solferino) nel quale racconta proprio la sua amicizia con Cappello. In questa intervista a Bresciaoggi Gawronski racconta la genesi di un nuovo modo di guardare alla letteratura che è alla base di un’iniziativa come quella del Mese Letterario. Il prossimo 2 maggio lei aprirà a Brescia la decima edizione del Mese letterario con una serata dedicata alla letteratura come esperienza. Cosa significa? «Un buon romanzo o una buona poesia offre la possibilità di vedere la realtà da una prospettiva diversa e, dunque, di conoscerla in modo nuovo, inaspettato, sorprendente. La letteratura viene in nostro aiuto se abbiamo perso il gusto dell’esperienza e la vita è diventata un piatto insipido, nello scorrere sempre uguale dei giorni. Ecco, vorrei aprire questa decima edizione del Mese Letterario con storie, versi e riflessioni che ci restituiscano al potere liberatorio, rigenerante e fecondo della grande letteratura». Il titolo del suo intervento è molto forte, quasi provocatorio: «Qui c’è da camminare nel buio della parola». A cosa allude questo titolo? «La lettura, per incidere veramente sul nostro modo di vivere e di guardare il mondo, non può essere vissuta come un giro di giostra, un passatempo, un modo come un altro per estraniarsi dalla realtà. È invece un’avventura verso continenti inesplorati, terre nuove e nuovi incontri a cui occorre abbandonarsi con la fiducia di un bambino. La parola della letteratura porta sempre con sé la sfida dell’ignoto, del mistero, di un buio che paradossalmente ci illumina e risveglia la nostra capacità di essere raggiunti e stupiti dalle cose che ci circondano. Un attraversamento che accresce il nostro senso della realtà». I sondaggi e le statistiche dicono che in generale si legge sempre meno. Diminuiscono i lettori dei giornali, e ancora di più quelli dei libri. Come si spiega questa disaffezione? È solo colpa del web, dei social...? «I modelli culturali e educativi sono radicalmente cambiati rispetto a quando la letteratura e gli studi umanistici costituivano il fondamento pedagogico dello sviluppo della personalità. Oggi il primato dell’informazione e della comunicazione, orientata a ottenere un’utilità o una soddisfazione immediata con un semplice touch sullo smartphone, rende vano il rischio e la fatica di lasciarsi prendere da un buon libro. Ma è anche vero che la nostra sete di storie è irriducibile, perché connaturata alla nostra ricerca di senso. Non c’è tecnologia o social che possa estinguere il bisogno di ricevere una parola che faccia luce sul significato e sul destino del nostro essere nel mondo». Nell’ultimo anno lei ha accettato di dirigere la Scuola di lettura e scrittura creativa della Fondazione San Benedetto. Come è nata questa collaborazione? «La scintilla è scoccata in occasione dell’incontro annuale di educazione alla lettura dell’opera di Fëdor Dostoevskji, promosso dall’associazione “Il Mondo Parla”, quando alcune persone della Fondazione mi hanno invitato a Brescia per tenere un laboratorio di scrittura creativa. La vitalità di questo primo laboratorio e l’affinità di visione con Graziano Tarantini - presidente della Fondazione, lettore appassionato, cosciente dell’importanza della lettura nella formazione della personalità -, hanno portato a una collaborazione che ha più i connotati di una bella amicizia che di un rapporto professionale». Qual è lo specifico di questa scuola? In cosa si differenzia dalle diverse scuole di scrittura creativa presenti in Italia? «Diversamente da molte altre scuole di scrittura, la nostra non ha un approccio professionalizzante, ma esperienziale. Lo scopo non è la formazione di una competenza tecnica attraverso la trasmissione di modelli astratti o regole di composizione del testo, ma l’animazione di un’esperienza concreta di lettura e scrittura che consente lo sviluppo del talento originale di ciascuno, attraverso un paziente lavoro di esercizio e riflessione condivisa». Perché imparare a scrivere storie non è una questione di tecniche? «La tecnica di un artista è vana se non è radicata in un’esperienza autentica, intensa e profonda della vita. Imparare a scrivere significa imparare a vedere, esercitare la propria capacità di visione. Questo esercizio implica il coinvolgimento di tutte le facoltà che concorrono allo sviluppo della propria espressione creativa. Non solo l’intelletto, ma anche la memoria, l’immaginazione, la volontà, la sensibilità, la cultura e il proprio vissuto». Lei sottolinea spesso che la questione decisiva è quella dell’educazione dello sguardo. Cosa intende? «La grande scrittrice americana Flannery O’Connor diceva: “più a lungo guardate un oggetto e più mondo ci vedrete dentro”. Uno scrittore è chiamato innanzitutto a guardare e a lasciarsi colpire dalle cose. Solo così potrà descrivere il mondo in tutta la sua ampiezza e profondità, attraverso l’originalità del proprio sguardo. L’arte, come la vita, si gioca nella capacità di entrare in una relazione virtuosa con quanto ci circonda. Essa implica uno sforzo di apertura, fino alla percezione dell’indicibile, del mistero in cui è immersa la nostra esistenza». Questo approccio alla lettura e alla scrittura non presuppone anche un modo di leggere diverso da quello che spesso viene insegnato ai ragazzi nelle scuole? «Sì, innanzitutto perché l’esperienza della letteratura non corrisponde alla conoscenza nozionistica della storia della letteratura e della critica letteraria. In secondo luogo, la letteratura non è un corpo morto sul quale compiere un’autopsia attraverso l’analisi razionale delle sue componenti testuali, ma un corpo vivo che dovrebbe entrare in rotta di collisione con la vita dello studente. In questo senso, lo studio della letteratura dovrebbe iniziare dall’emozione – a volte basta una sola parola a innescare il corto circuito – che un’immagine o una parola provoca nello studente». Il secondo incontro del Mese letterario vedrà la partecipazione di Susanna Tamaro e la serata sarà dedicata al poeta Pierluigi Cappello, scomparso nel 2017. In quell’occasione sarà intitolata a lui la Scuola di lettura e scrittura della San Benedetto. Lei l’ha conosciuto personalmente, come lo presenterebbe? «Il 9 maggio chiederemo a Susanna Tamaro – il cui ultimo libro è ispirato dalla sua speciale amicizia con Pierluigi Cappello – di accompagnarci alla scoperta dell’opera poetica e della vicenda umana di un autore che ha lasciato il segno nella storia di tante persone. Non esiterei a presentare Pierluigi usando un’espressione cara a Gilbert Keith Chesterton: “uomo vivo”. Pierluigi era capace di aprirsi alla grandezza del mistero terribile e meraviglioso della vita, di cogliere la presenza dell’infinito nel più piccolo dettaglio, di lasciarsi colpire dalla realtà nella sua immediatezza, senza filtri intellettualistici o ideologici, generando versi che appartengono alla storia più recente della grande letteratura italiana». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Piergiorgio Chiarini
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