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16.10.2019

La Valle dei segni
non lascia il segno:
i pitoti sono fantasmi

La Valle dei segni non lascia il segno lungo l’ex statale 42 del Tonale. Percorrendo la lingua di asfalto che costeggia l’Oglio dalla pianura fino ai piedi del pizzo Badile, prima di virare al cospetto dell’Adamello, i «pitoti» camuni sono fantasmi senza indicazioni. Pochi e «malmessi», i cartelli che indicano i siti Unesco sono disseminati sull’asse stradale senza che i turisti percepiscano la grandezza monumentale di quello che custodiscono queste montagne. Solo a Darfo Boario un sussulto: la scritta Archeopark attira l’attenzione. Nessun sito archeologico, però, ma il parco a tema allestito dal professor Ausilio Priuli (pioniere delle incisioni camune) che gestisce anche la zona dei massi di Cemmo e il museo didattico. Così per trovare la prima vera indicazione occorre uscire a Boario e imbattersi nel cartello per il parco di Luine. Solo quattro chilometri e altri due cartelli per arrivare all’imbocco di Gorzone, dove una piccolissima freccia obbliga alla svolta a sinistra costeggiando il cimitero. Due curvoni e si apre il piazzale che immette al parco, chiuso tra le 12 e le 13. Verso nord, puntando a Capo di Ponte, la storia è la stessa: poche indicazioni e quelle che ci sono vengono macinate dal sole e dalle intemperie. Una «svista» istituzionale in un territorio come la Valcamonica dove risultano censite circa 2 mila rocce istoriate, con incisioni realizzate in un arco di tempo lungo oltre 13 mila anni. Un tesoro unico in tutta o il Mondo, custodito gelosamente tra i patrimoni dell’Umanità fin dal 1979. Eppure il primo sito italiano non pare fare la differenza sul territorio che dovrebbe e potrebbe vivere del turismo culturale collegato alle incisioni. Sono otto i parchi allestiti in Valle diversi per altitudine e per conformazione dei percorsi. Alcuni sono più pianeggianti e attrezzati, altri percorribili attraverso sentieri di montagna. In tutto le incisioni sono distribuite su 24 comuni della Valcamonica e la maggior concentrazione di arte rupestre è presente tra il paese di Ceto e quello di Sellero. Qui insistono il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri della Valcamonica e la Riserva Naturale delle Incisioni Rupestri di Ceto, Cimbergo, Paspardo, e il Parco Comunale Archeologico e Minerario di Sellero. Senza dimenticare la Villa Agostani, nel centro storico di Capo di Ponte, dove da mercoledì a domenica è aperto il Museo Nazionale nella Valle dei Segni. Insomma, un luogo che avvicina alla preistoria che tende la mano al turismo internazionale. Difficile, però, fare la differenza quando la carenza di infrastrutture (la strada seppur ammodernata rimane il punto più debole) è cronica. Basti pensare che il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, a Capo di Ponte, il primo parco istituito in Valle Camonica nel 1955, non ha neppure un parcheggio che possa ospitare più di dieci auto contemporaneamente. Ma nemmeno i bus possono sostare nei pressi dell’area, costretti a manovrare vicino a una chiesa lasciando scolaresche e gruppi ben lontani dalle strutture organizzate. L’area del parco si estende per oltre 14 ettari e costituisce uno dei più importanti complessi di rocce incise nell’ambito del sito del Patrimonio Mondiale Unesco 94 «Arte Rupestre della Valle Camonica». Nulla da dire sull’ospitalità e l’organizzazione. Peccato che nell’era digitale, con lo stesso Governo che sta spingendo per incentivare l’uso della moneta elettronica, a Naquane non sono ammessi pagamenti Pos con bancomat o carte di credito. Un particolare di non poco conto se si guarda ai visitatori: la maggior parte infatti arrivano da oltreconfine, anche dagli Usa. IL BOSCO PROTEGGE le 104 rocce incise accompagnando i visitatori tra pannelli informativi suddivisi in 5 percorsi per circa 3 chilometri. Un tuffo nel passato che complessivamente dura almeno 4 ore. I biglietti? Per chi ha più di 25 anni con il costo di un pacchetto di sigarette (6 euro) si entra a far parte della storia dei camuni, due euro per i neo 18enni e gratis per bambini e scolaresche. Tra cielo e alberi, l’arenaria di colore grigio-violaceo, levigata dall’azione dei ghiacciai, racchiude ancora oggi l’anima degli antichi abitanti della Valle. Dalla casa del parco si incontra la roccia 50, una delle più antiche, con oltre 8000 anni di storia, che rappresenta gli oranti in preghiera. Sul percorso blu, dopo l’edificio dell’Antiquarium, la roccia 23 mostra un carro a tre ruote, la 35, al limitare della radura, reca un sacerdote in corsa e capanne incise. Si devia lungo una scalinata in terra battuta e si imbocca il percorso rosso fino alla roccia 57, che propone scene di caccia. Il sentiero torna verso le rocce 70 e 73, raffiguranti il dio Cernunnos, dalle corna di Cervo che trova confronti con il celebre calderone di Gundestrup (Danimarca). Lasciandosi alle spalle naquane sul sentiero delle Foppe di Nadro, del Parco di Ceto, Cimbergo e Paspardo, la partenza è invece dal piccolo museo di Nadro: la mulattiera parte dal cimitero del paesino e porta in 15 minuti all’area di sosta del parco. Dopo soli cento metri, una passerella accede alla roccia 1, simbolo del parco, che rappresenta un orante che prega verso il sole. E i portatori di handicap? Nessun problema. Certo, i percorsi non sono facili ma alcuni hanno accessibilità garantita, come ad esempio sui massi di Cemmo considerati la «bibbia» delle incisioni rupestri. Alla fine il sito Unesco ha 40 anni ed è «giustamente» maturo per sognare il salto di qualità. Manca solo una spinta istituzionale. Ma il primo passo, magari in vista delle future Olimpiadi del 2026 e dei festeggiamenti per i primi 40 Unesco, potrebbero essere nuove indicazioni all’altezza di un patrimonio mondiale. Basterebbe poco per dimenticare i tristi totem issati sulla statale. Intanto la Valle dei segni continua a non lasciare il segno. • Giuseppe.spatola@bresciaoggi.it

Giuseppe Spatola
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