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18.07.2019

Lavoro, ombre
e «allarme
stagnazione»

Carlo Massoletti
Carlo Massoletti

La ripresa del mercato del lavoro c’è, anche se le difficoltà non sono ancora state superate. Negli ultimi anni, la provincia di Brescia ha invertito la rotta dopo quelli quasi «drammatici» post 2008: in dieci anni è aumentata la popolazione residente (di 56 mila persone) e contestualmente sono cresciuti gli occupati (che sono 555 mila, più 25 mila dal 2008 al 2018), il valore aggiunto e i consumi, superiori alla media nazionale. Preoccupa però il dato dell’occupazione: rispetto al 2008, quando la disoccupazione era al minimo storico, il saldo è negativo. Dieci anni fa, la disoccupazione in provincia si attestava al 3,2%, oggi è al 5,2%; e quella relativa ai ragazzi di età compresa tra i 15 e i 24 anni è passata dal 6,2 al 16,3%. I dati sono stati resi noti dall’Ufficio studi di Confcommercio, che ha analizzato i tassi del 2018 confrontandoli con quelli di dieci anni prima, provando poi a leggere i primi numeri che descrivono la realtà economica del 2019, secondo cui Pil e consumi sono in frenata e l’Italia cresce molto meno degli altri Paesi europei. «IL 2020 è l’anno cruciale per trasformare l’attuale stagnazione in una variazione apprezzabile del Pil, attorno all’1-1,5%, visto che il 2-2,5% è fuori portata perché i nodi strutturali che frenano il sistema sono ancora irrisolti – spiega la nota dell’Ufficio studi -. Per l’anno prossimo prevediamo una ripresa attorno al mezzo punto percentuale». Le statistiche mostrano un grandissimo divario tra Nord e Sud: mentre le aree settentrionali del Paese mostrano buoni tassi di crescita e di ricchezza, le Regioni meridionali soffrono una debolezza che rischia di avere conseguenze per tutto il Paese. Basti guardare il tasso di occupazione: la media italiana del 2018 è al 63%, ma si distinguono il 71,6% del Nord-Ovest (con la Lombardia al 72,6) e il 73% del Nord-Est contro il 48,2% del Sud. Così, se il Nord viaggia verso l’Europa (la media Ue è del 73,2%), il Sud è lontanissimo. Discorso simile per i consumi, sbilanciati verso Nord. Il quadro bresciano è leggermente più positivo rispetto a quello dell’intera Regione Lombardia, almeno per quanto riguarda l’incremento del valore aggiunto, che tra il 2015 e il 2017 è cresciuto del 2,3% contro la media lombarda dell’1,7% e nel 2018 è salito ancora (sul 2017) dell’1,2% rispetto allo 0,8% regionale. Stessa cosa per i consumi, saliti del 2,5% nel triennio 2015-17 (1,6% la media lombarda) e dello 0,5% nel 2018, rispetto allo 0,4% regionale. Il tessuto imprenditoriale bresciano è invece uscito impoverito dalla crisi: la provincia, alla fine del 2018, contava 118.469 imprese registrate, di cui oltre 33 mila del settore industriale, quasi 26 mila del commercio e quasi 10 mila agricole. Il saldo, rispetto al 2017, è negativo: la provincia ha perso 676 aziende in un anno e in Lombardia solo Como, Monza e Milano hanno chiuso con il segno più.

 

«SE GUARDIAMO i numeri in assoluto, non possiamo fare i salti di gioia, ma relativamente al territorio abbiamo di che sorridere, soprattutto se lo paragoniamo ad altre zone d’Italia – ha sottolineato il presidente di Confcommercio Brescia, Carlo Massoletti -. Occorre guardare in avanti con un atto di fiducia e lavorare perché le cose vadano sempre meglio: i tassi di occupazione danno segnali positivi, anche se rispetto al 2008 sono peggiori, ma negli ultimi anni Brescia e la Lombardia stanno reggendo bene». Secondo l’Ufficio studi dell’associazione, una delle priorità è il disinnesco delle clausole che farebbero scattare l’Iva al 23%, per poi pensare a misure per la crescita e per la riduzione del rapporto deficit/Pil.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Manuel Venturi
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