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31.07.2020

Le difficoltà
Post-Covid.
Per un paziente su tre i danni non scompaiono

Alla Poliambulanza uno studio approfondito sui danni da Covid
Alla Poliambulanza uno studio approfondito sui danni da Covid

Contagia silenziosamente, quasi senza farsi accorgere, ma in un terzo dei malati che colpisce Covid-19 lascia il segno. Non solo sui polmoni, ma anche sull’umore. E può accelerare i processi di invecchiamento. Lo si sta scoprendo ora che i pazienti vengono richiamati per i controlli, come avviene in Poliambulanza, che ha attivato al proprio interno un ambulatorio post Covid, progetto pilota con cui tracciare una mappa delle possibili complicanze della malattia e ridurne l’impatto sulla qualità di vita. IL PROGETTO, coordinato da Renzo Rozzini, direttore del Dipartimento di Geriatria della Poliambulanza, ha valutato le prime 261 persone - dimesse dai reparti riconvertiti Covid dell’istituto ospedaliero di via Bissolati - che hanno aderito al follow up, cui se ne aggiungeranno a breve altre che si stanno contattando. Dai dati preliminari del monitoraggio – che si è concentrato in particolare sugli aspetti pneumologici, con valutazioni di funzionalità polmonare ed eventuale compromissione respiratoria - emerge che oltre un terzo dei pazienti, pari al 36 per cento, ha bisogno di ulteriori valutazioni, soprattutto pneumologiche, e deve essere seguito con controlli a distanza di 4, 6 o 9 mesi dall’infezione. È stata individuata anche una fascia più critica, equivalente a circa il 15 per cento dei dimessi, che presenta condizioni cliniche severe residue, da monitorare nel tempo. «Si tratta di un problema ancora sottostimato, che dovrebbe essere affrontato con un programma mirato, soprattutto in Lombardia e nelle altre regioni più colpite, per l’impatto che potrà comportare in futuro, anche in termini di spesa pubblica», spiega Rozzini, convinto della necessità di una «valutazione integrata» che allarghi lo sguardo sul paziente nel suo insieme. OSSERVANDO da questa prospettiva si scopre che il disturbo più diffuso tra chi è stato ricoverato per Covid-19 è quello di tipo emotivo/affettivo: quasi la metà dei pazienti valutati lamenta l’insorgenza di pensieri ricorrenti sulla malattia, labilità emotiva, disturbi del sonno, ansia, fino a manifestazioni depressive. «Si può trattare di manifestazione maladattative di fronte allo stress subito, oppure di una situazione sottostante che il Covid ha fatto emergere – dice ancora Renzo Rozzini -, ma non va escluso che il virus possa avere avuto un impatto diretto sulla biologia individuale, come fa pensare la prevalenza di un’insonnia sproporzionata in molti malati». L’età media dei pazienti valutati nell’ambulatorio post Covid è di 62 anni, più del 70 per cento sono maschi e il 24 per cento è affetto da patologie croniche, prevalentemente ipertensione e in misura minore diabete: in molti dei cronici è come se l’infezione da Covid avesse modificato l’equilibrio complessivo, rendendo necessario ricalibrare le terapie assunte. MA C’È UN ALTRO aspetto cui i clinici si stanno interessando, ed è quello dell’invecchiamento precoce collegato a Sars-CoV-2. «Abbiamo osservato nei malati modificazioni paragonabili a quelle dei processi di invecchiamento, come la riduzione di forza e massa muscolare, il rallentamento dei riflessi, la stanchezza, la lentezza del recupero – chiarisce il direttore della Geriatria -. Del resto che il virus avesse a che fare con la sfera dell’invecchiamento lo avevamo capito osservando gli over 80, che hanno un rischio di mortalità decuplicato». In alcuni si può trattare di modificazioni temporanee, ma se il malato sessantenne di oggi avrà un nuovo evento acuto, pensiamo a un infarto, sarà in grado di farvi fronte o dovrà scontare una fragilità retaggio del Covid? Una ricerca avviata dalla Geriatria di Poliambulanza con l’Università di Modena-Reggio Emilia farà luce su questo punto prendendo le mosse dal «modello Aids», infezione che rende i malati più fragili e diminuisce la capacità di rispondere a ulteriori stress: «Si tratta di capire quanto anche l’infezione da Covid riesca a minare la cosiddetta “capacità intrinseca” – conclude Rozzini -, che rappresenta la nostra capacità di recupero, quella “resilienza” che è l’opposto della fragilità». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Lisa Cesco
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