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01.12.2018

«Linfomi non Hodgkin e Pcb: non c’è nesso»

Una veduta dall’alto dell’area Caffaro. Secondo lo studio Ats non c’è correlazione tra Pcb e Linfoma nH
Una veduta dall’alto dell’area Caffaro. Secondo lo studio Ats non c’è correlazione tra Pcb e Linfoma nH

Tra Pcb e linfoma non Hodgkin non c’è correlazione. Almeno non oggi, e non a Brescia. Lo rivelano gli esiti del nuovo studio caso controllo dell’Ats, presentati ieri dal direttore generale Carmelo Scarcella con il direttore sanitario Fabrizio Speziani e il responsabile dell’Epidemiologia Michele Magoni in occasione di un convegno nella sede di via Duca degli Abruzzi. L’indagine, che a causa di qualche difficoltà nel reclutamento si è protratta per 4 anni, ha riguardato 215 pazienti adulti dell’Ematologia del Civile con prima diagnosi di linfoma e altrettanti controlli ricoverati nei reparti di Chirurgia, Ortopedia e Oculistica. Oltre al prelievo di sangue, è stato somministrato un questionario sulla storia residenziale e lavorativa. LO STUDIO ha dimostrato una significativa associazione di questi linfomi con l’epatite C (+260%), ma non con i livelli di Pcb nel sangue. Addirittura, ha evidenziato Magoni, in alcuni casi si è registrata un’associazione inversa (meno Pcb, più LnH). L’essere residente nel Comune di Brescia non determina, è l’evidenza, una maggiore frequenza di insorgenza di linfomi mentre qualche significatività statistica si ritrova tra coloro che hanno risieduto nelle aree più contaminate o, anche se per piccoli numeri, tra i lavoratori delle industrie chimiche. Un altro studio Ats che «scagiona» il Pcb dopo quello sul melanoma, concluso nel 2016. Dati confluiti anche nella nuova edizione dello studio Sentieri dell’Iss, illustrati ieri a Brescia dal direttore dell’Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore di sanità Pietro Comba. «L’edizione del 2010 aveva mostrato a Brescia eccessi nell’incidenza melanoma e linfoma, in questa edizione i segnali si sono attenuati». Per Comba, il miglioramento è da attribuire soprattutto «all'azione dell’autorità sanitaria che ha bloccato il consumo degli elementi contaminati», insieme alle bonifiche ed altre precauzioni Cosa significa? Non che i Pcb fanno bene. Ma se in termini generali è vero che possono contribuire all’insorgenza di alcuni tipi di tumore (come certificato dalla Iarc, che ha stabilito un’associazione accertata con melanoma e presunta con il linfoma), le circostanze di esposizione a Brescia sono tali che oggi, qui il rischio non si concretizza. Insomma, «l’attività di prevenzione sanitaria - per Comba - ha funzionato». L’Ats ha fornito ieri anche i primi esiti dello studio di monitoraggio di Pcb nel latte materno su 41 casi e 41 controlli, con l’obiettivo di mettere a confronto lo stato di salute delle puerpere provenienti da aree a diversa contaminazione ambientale. Per ora è stata effettuata solo un’analisi preliminare da parte dell’Iss che ha evidenziato nelle donatrici residenti a Brescia concentrazioni di diossine e Pcb superiori a quelle dell’area di controllo. Ma - è stato specificato - sono conclusioni premature e da approfondire. Si è conclusa poi ieri - ha spiegato Speziani - l’attività di prelievo per indagare le concentrazioni di Pcb nel sangue su una coorte seguita fin dal 2001 (il campione era di 160 soggetti ora ridotto ad un centinaio). Non solo i livelli sono più elevati nei più anziani, ma anche gli ultimi dati confermano una tendenza alla riduzione nel tempo circa del 6% annuo. L’Ats proseguirà infine le indagini sulle aree agricole. È stata finora «sdoganata» la coltivazione del mais e si potrà presto replicare per grano e orzo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Natalia Danesi
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