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18.02.2020

Manlio Milani,
quei dubbi e la
«giustizia riparativa»

Riflessioni a cuore aperto sulla giustizia poco prima di ricevere la laurea honoris causa in Giurisprudenza che gli è stata conferita dall’Università degli Studi di Brescia. Sono quelle fatte ieri da Manlio Milani durante una breve conferenza stampa. Riflessioni non esenti da dubbi, che sono il frutto di un percorso interiore e condiviso ad un tempo. IL PRESIDENTE dell’associazione familiari dei caduti della strage di Piazza Loggia e presidente della Casa della memoria, su sollecitazione di Benedetta Tobagi, che ha citato una dichiarazione di Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale ha affrontato il tema della «giustizia dal volto umano». E qui è scattato il ricordo dei primi processi quando ha dovuto fare i conti anche con un profondo disagio: «Mi sentivo non libero in quanto ero rappresentato inevitabilmente dall’accusa e l’accusa non può che partire da un presupposto, che l’imputato sia anche contemporaneamente colpevole. Io mi sentivo a disagio in questo senso e più frequentavo i processi, il disagio cresceva. Volevo capire nel contraddittorio le ragioni. Da questo obbligo di doverci ascoltare reciprocamente da un lato vedevo il grande valore di cosa può produrre la democrazia, ma nello stesso tempo in me è cominciato a nascere il dubbio che non potevo partire dal presupposto che l’imputato è anche inevitabilmente il futuro condannato». Nasce quindi e si fa sempre più forte la convinzione di «partire dal presupposto quasi di una sorta di idea di parità». Qualcosa a cui giustizia e diritto penale «devono tendere». E l’imputato da intendere «non come presunto colpevole, ma in quanto persona che è sottoposta all’analisi delle prove e dove le prove diventano l’architrave di tutto il processo». Questo con la conseguenza che: «se io mi sento libero e mi pongo sul piano dell’imputato dovrò anche mettere in cantiere dentro me stesso, che potrebbe essere assolto e nella misura in cui fosse assolto non subirò quella perdita di credibilità o quella sofferenza che mi dà una sentenza di assoluzione perché sono partito dal presupposto che non è detto che lui sia colpevole».Una giustizia «dal volto umano» quindi «deve fare questi ulteriori passi: collocare in una dimensione paritaria le parti processuali e poi capire che nella misura in cui il soggetto è condannato in quel momento occorre trovare l’aspetto giuridico che io definisco e trovo nella “giustizia riparativa”». Questo significa: «cercare di comprendere chi è. Cercare di rispondere a queste domande è sempre stato il peso che per 43 anni ci siamo portati perchè noi per 43 anni non abbiamo mai avuto il volto del colpevole, quindi non abbiamo mai potuto rivolgere questa domanda. Oggi sarebbe possibile, ma evidentemente non dipende solo da me potervi rispondere». MANLIO MILANI ha partecipato all’incontro con la stampa con il rettore, professore Maurizio Tira, il professore Antonio Saccoccio, direttore del dipartimento di giurisprudenza e Carlo Alberto Romano, delegato del rettore alla responsabilità sociale per il territorio. Tra i presenti anche Agnese Moro che parlando di Manlio Milani ha detto: «Non è solo un amico, ma anche un maestro in qualche maniera, che ci ha sempre aiutato a scegliere la strada giusta». Manlio Milani non si è sottratto a domande sulla città: «Non credo che Brescia sia un’isola felice, ma ha nella sua memoria e nella sua storia straordinari anticorpi. Ma viviamo anche noi nel mondo e nella sua complessità. Mi preoccupa un linguaggio che è sempre più provocatore di divisioni. Ci sono però anche qui segnali positivi come quelli delle Sardine». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Mario Pari
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