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21.09.2019

Matrimonio e minacce di morte Secondo i familiari è tutto falso

Al primo piano del tribunale si è tenuto l’interrogatorio di garanzia dei tre pakistani indagati
Al primo piano del tribunale si è tenuto l’interrogatorio di garanzia dei tre pakistani indagati

I genitori e il fratello delle quattro sorelle pakistane indagati per maltrattamenti e induzione al matrimonio, hanno risposto ieri per tre ore, al primo piano del tribunale, alle domande del giudice negando ogni addebito. Hanno detto chiaramente che non c’è stato alcun tentativo d’induzione al matrimonio e che la vicenda di Sana Cheema non è stata mai usata, nella loro famiglia, per costringere una delle figlie a sposarsi. L’INTERROGATORIO di garanzia davanti al gip si è tenuto nella mattinata di ieri. Il magistrato si è riservato la decisione. Ma è molto chiara, secondo il loro legale, la posizione dei tre pachistani rimasti coinvolti in questa vicenda giudiziaria dai forti risvolti sociali per le accuse di maltrattamenti in famiglia, lesioni personali e induzione al matrimonio. La vicenda è finita al centro delle indagini della squadra Mobile dopo che le quattro sorelle hanno chiesto aiuto per i maltrattamenti subiti, rivolgendosi al pronto soccorso della Poliambulanza alla fine dello scorso mese di agosto. Da quella richiesta d’aiuto è partita l’attività investigativa. I risultati delle indagini hanno portato all’emissione di misure interdittive per padre, madre e figlio: il divieto d’avvicinamento alle vittime, e per i genitori anche quella della sospensione della responsabilità genitoriale. Ma nell’udienza di ieri gli indagati, assistiti dall’avvocato Marco Capra, hanno replicato alle accuse e questo sarebbe avvenuto non solo a parole, ma anche con della documentazione. Per quanto riguarda il matrimonio, per esempio, sarebbe stato spiegato che, da 17 anni non ci sono viaggi in Pakistan. Per dimostrarlo sarebbe stato portato il passaporto. A questo bisogna aggiungere, è stato spiegato, il costo di un matrimonio che in Pakistan s’aggirerebbe «sui 50mila euro, cifra di cui la famiglia non ha in questo momento non ha la disponibilità». Nessun riferimento poi, a Sana Cheema e alla terribile vicenda. Si è invece parlato di università, della Cattolica, che avrebbe frequentato la maggiore delle quattro sorelle, due delle quali sono minorenni. Negato, poi, dagli indagati che le sorelle venissero fatte alzare alle cinque per pregare. Le ammissioni, a quanto si è appreso si sarebbero limitate a delle tensioni con la più grande. In quanto ai maltrattamenti si sarebbero verificate «situazioni di non grave entità, com’è documentato anche dai referti». Ora non resta che aspettare la risposta del giudice sulle richieste avanzate dal legale. Le sorelle sono sempre in una comunità protetta. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Mario Pari
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