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13.08.2019

Mensa scolastica,
stop al panino
da casa

Dal prossimo anno nessun pasto da casa sarà ammesso in mensa
Dal prossimo anno nessun pasto da casa sarà ammesso in mensa

Niente panino da casa in mensa per gli scolaretti. Anche a Brescia si sentiranno le conseguenze della sentenza di fine luglio della Cassazione che, ribaltando il parere del Consiglio di Stato, ha negato tale possibilità definendola contraria a un progetto formativo egualitario. A dirlo è l’assessore all’Istruzione Fabio Capra: «Nell’anno scolastico 2019-20 ci atterremo al pronunciamento» avvisa. In città l’anno scorso sono state una quindicina le richieste della schiscietta domestica, di cui due nell’infanzia e il resto in alcune delle 39 primarie con orario pomeridiano. Sono state accettate dall’amministrazione nonostante fossero in ballo dal 2014 la polemica e la vicenda giudiziaria innescata sull’argomento a Torino, amministrazione titolare dei ricorsi. «Erano poche su 6mila bambini che beneficiano dei pasti perché l’organizzazione tiene conto di tutto, dalle malattie alle allergie, alle convinzioni religiose discusse con le comunità straniere» afferma Capra. «In città il servizio è buono, tiene conto delle indicazioni del progetto sulla salute che in tutte le scuole viene portato avanti ed è sollecitato con forza pure da Milano» afferma anche Grazia Ghio, storica dirigente del Comprensivo Ovest1, da poco in pensione. Però fanno la loro parte le questioni economiche: per qualcuno, dopo gli anni bui della crisi, 50 euro al mese possono essere pesanti. I costi nel comune capoluogo vanno dal minimo di 2,2 euro al massimo di 6,2 per fascia di reddito, ai 7 dei non residenti. Chi fatica può avere l’aiuto dei Servizi sociali ma, se ci sono morosità pregresse o non viene pagato l’acconto di 30 euro, viene negata l’iscrizione.


RICORDIAMO il clamoroso caso di Adro del 2010 con i bambini, stranieri, cacciati dai tavolini imbanditi della scuola. Tuttavia ormai la norma del pagamento obbligatorio, pena l’impossibilità di frequenza, pur con le esenzioni e le agevolazioni previste, è compresa in molti regolamenti comunali. Per la Cassazione l’unica alternativa è portarsi il piccolo al desco familiare nella pausa pranzo. Una contraddizione subito presa di mira visto che i togati hanno riconosciuto il valore educativo dell’intervallo. «La nozione di istruzione, soprattutto nelle classi elementari e medie, non coincide con la sola attività di insegnamento, ma comprende anche la formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative, tra le quali l’erogazione del pasto è un momento importante» hanno scritto. Già sono comparse a livello nazionale dichiarazioni del tipo «non è finita qui», con annunci di ulteriori ricorsi alla giustizia, facendo riferimento fra l’altro alla qualità ritenuta non adeguata e non sufficientemente controllata degli alimenti. Esistono linee guida nazionali, regionali, dell’Ats, dei Comuni che insistono sulla necessità dell’educazione a una corretta alimentazione contro stili non sempre consoni. Negli istituti bresciani i bambini col proprio cestino mangiavano con gli altri, senza alcuna protesta delle parti. A seguirli, oltre alle maestre, le assistenti, da tempo all’attenzione per la battaglia sindacale che stanno conducendo con le colleghe degli appalti scolastici contro le discriminazioni contrattuali rispetto alle dipendenti pubbliche. Non ci sarà per loro in città riduzione di organico col passaggio alla seconda classificata nel bando relativo, anzi ci saranno 7 assunzioni. Esclusa Rekeep, entrano Multiservice e Tre sinergie riunite in Ati. «Mi aspetto un ricorso però l’avvio di anno sarà buono» sottolinea Capra.


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Magda Biglia
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