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15.02.2017

«Non chiamatelo
amore. Chiamate
e basta»

Il tavolo del convegno che si è svolto nella sede della Camera del Lavoro sulla violenza sulle donne
Il tavolo del convegno che si è svolto nella sede della Camera del Lavoro sulla violenza sulle donne

«Aiuto, mio papà ha avvelenato la mamma». Questa telefonata di un bambino al 112 non servì a salvare una vita: il piccolo non conosceva il suo indirizzo e i soccorsi arrivarono troppo tardi. Questo avveniva prima che in Lombardia, regione sperimentale, fosse istituito il numero unico dell’emergenza, capace di rintracciare la chiamata, oggi con maggiore precisione grazie all’apposita app. Anche se i resoconti dei media non confortano ancora, ci sono un «prima» e un «dopo» fortunatamente rispetto al problema della violenza sulle donne, dai maltrattamenti allo stalking, alle aggressioni sessuali, fino al terribile femminicidio delle cronache quasi quotidiane, 53 nel Bresciano dal 1989, anno di fondazione del primo e unico centro antiviolenza locale, la Casa delle donne. L’ultimo tentativo nel Bresciano è dell’altro ieri. Ci sono una diversa attenzione, nuove leggi, nuovi strumenti, una rete di aiuto e protezione che a Brescia, perfettibile, funziona. È il solo lato positivo di una pesante piaga sociale emerso ieri in un convegno promosso, nel salone Buozzi della Camera del Lavoro, dal Coordinamento Donne di Fisac Cgil (la categoria dei bancari), intitolato, nel giorno di San Valentino, «Non chiamatelo amore».

Un incontro molto denso e interessante che ha colpito nel segno e probabilmente verrà replicato dalle tre segreterie di Cgil, Cisl, Uil. Comincia dalla telefonata di sos il cammino per uscire dal tunnel, dopo una decisione difficilissima, arriva al pronto soccorso in specifico ambulatorio, può sfociare o no in una querela o in una denuncia, con relativo intervento delle forze dell’ordine e, se il caso, della magistratura. Medici, psicologi, avvocati, poi la Casa delle Donne, un’eventuale struttura protetta sono le tappe successive dalla parte della vittima. Capofila di un accordo fra tutte le istituzioni preposte, prefettura e ospedali in primis, è il Comune di Brescia. Il progetto ha avuto un finanziamento regionale finora di circa 200 mila euro, mentre altri 180 mila milanesi più 20 mila comunali stanno contribuendo alla realizzazione di un blocco di tre bilocali per donne uscite dalla protezione. Ne ha parlato ieri Roberta Morelli, assessore alle Pari Opportunità, mentre la consigliera provinciale di parità Anna Maria Gandolfi ha riferito delle iniziative del suo ufficio per combattere le molestie e i soprusi in ambito lavorativo.

Dopo i due interventi istituzionali, quelli dei relatori, coordinati da Alessandra Fasciolo, hanno ricalcato il percorso della vittima. Marco Contini ha riferito dell’alta percentuale di chiamate al 112 da parte di donne in pericolo, «molte delle quali, nel giro di trenta secondi, cambiano idea e, se cade la linea, poi risponde una voce maschile». Maria Grazia Fontana ha illustrato l’assistenza all’Ospedale civile da dove, in determinate situazioni, deve partire l’avviso alla polizia e dove vanno eseguite tutte le analisi necessarie, compresa quella sulla presenza di sostanze che provocano amnesia «spesso somministrate dai violentatori alle ragazze, ad esempio in discoteca». La chirurga ha evidenziato i problemi ancora aperti, la mancanza di personale dedicato, la necessità di maggiore formazione e risorse, di altri luoghi rifugio, «utili più per le straniere, figlie di padri padroni, mogli di mariti padroni, che non per le italiane, titubanti di fronte alla prospettiva di una vita rinchiusa per loro e i loro figli». Sia Fontana che Alfonso Iadevaia, dirigente della squadra mobile, hanno fornito dati di un fenomeno gravissimo che Piera Stretti della Casa delle Donne ha contestualizzato e storicizzato, facendo riferimento alla Convenzione di Istanbul, differenziando la violenza domestica da quella di genere «che colpisce la femmina in quanto femmina, in nome del potere» e descrivendo altre sopraffazioni come l’aborto selettivo per avere figli maschi, le mutilazioni genitali, i matrimoni forzati.

DALL’AVVOCATO Ippolita Sforza, e non solo da lei, è stato affrontato il tema dei figli che assistono, con le conseguenze del caso. Non solo, ma talvolta rischiano per difendere la mamma o imparano dal «cattivo». «Devono pensarci le donne che non si ribellano per un malinteso bene dei figli o per paura di perderli». Un nodo importante è stato evidenziato dalla professionista, ovvero i tempi del processo. Sforza ha invitato le donne maltrattate a cercare sempre una consulenza legale.

Magda Biglia
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