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24.11.2020 Tags: Brescia

«Picchiava me e
mia figlia. Ho
denunciato perché lei ha pensato di farla finita»

La vittima delle violenze ha scelto un «alias» di speranza: Mariasole
La vittima delle violenze ha scelto un «alias» di speranza: Mariasole

«Grazie alle donne, grazie alla Casa delle donne di Brescia, io sto andando avanti, perché altrimenti con tutto quello che sto subendo, anche dai tribunali, sarei impazzita». Queste le prime parole della testimonianza di una vittima di violenza che ha accettato di raccontare la sua storia chiedendo di essere chiamata con uno pseudonimo solare, che lei stessa ha scelto: Mariasole. Perché alla luce tornerà, anche se non è ancora del tutto libera e ha bisogno sempre di quella forza che ha tirato fuori a Pasqua del 2018 quando non è più riuscita ad accettare la condizione di violenza in cui viveva da anni e che aveva coinvolto anche le sue due figlie. «IL MOTIVO scatenante della mia decisione è stato proteggere mia figlia maggiore – racconta Mariasole – che nel momento in cui si è resa conto del mio inizio di ribellione mi ha confessato di esser stata più volte sull’orlo del suicidio e di non averlo fatto solo per non darmi un ulteriore dolore». La prima figlia, così come la seconda, hanno assistito dalle loro rispettive nascite alla violenza psicologica, economica e sociale che la madre subiva «da oltre 20 anni, da quando cioè io e quello che allora era il mio fidanzato arrivammo a Brescia dal Meridione, dove siamo nati, perché lui non riusciva a trovare lavoro. Io invece mi sono subito sistemata e l’impiego, questo datore di lavoro e questo ambiente, sono gli aspetti più belli della mia vicenda», ricorda la donna che oggi si rende conto della personalità di suo marito (sposato dopo 2 anni dall’arrivo a Brescia). «È un uomo manipolatore, misogino, possessivo, maniaco del controllo: non potevo uscire senza di lui, nemmeno fare la spesa, disincentivava le mie amicizie e non vedeva di buon occhio il fatto che lavorassi. Ma gli serviva perché lui continuava a perdere il lavoro, l’ho mantenuto per molto tempo e mi ha pure sottratto dei soldi con l’inganno». Ma nei primi anni Mariasole non si rende conto che si tratta di violenza: la relazione ha anche dei momenti di serenità che portano alle due gravidanze. Ma quando nasce la prima figlia, nel 2004, «tutto crolla; lui ha sempre detestato questa bambina, mentre con la seconda, arrivata nel 2012, ha cercato di stabilire un’alleanza contro di me e la prima. Noi due abbiamo subito l’inferno: picchiava soprattutto lei e se mi intromettevo aumentavano le botte. A Pasqua del 2018 la situazione è precipitata: in seguito a un ennesimo litigio lui si è scagliato contro di noi fermandosi solo nel momento in cui ha sentito il pianto della piccola e allora siamo riuscite a rinchiuderci in camera. In quell’occasione ho saputo delle intenzioni suicide di mia figlia, solo allora ho toccato con mano il suo dolore e ho deciso di agire. Il giorno dopo sono uscita con le figlie grazie a un escamotage e sono andata in ufficio, dove ho chiesto aiuto». Il datore di lavoro le ha prenotato un albergo, per poi prestarle casa nei mesi successivi, sostenendola fino ad oggi. LA VIOLENZA non è ancora terminata: «Si trascina nei tribunali, tra revoca della responsabilità genitoriale a lui ma anche sue controdenunce, che sostiene con il suo fare ipocrita, da uomo capace di manipolare anche le istituzioni. Finché non si conclude l’iter processuale non posso uscire dall’incubo; lui continua a perseguitarmi, nelle forme di controllo che riesce a mettere in atto: non sa dove abito ma sa dove lavoro e ha già provato a seguirmi nel tragitto di ritorno. Denunciare la violenza si deve, ma costa davvero tanto». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Irene Panighetti
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