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13.05.2019

Piccole sartorie,
la sfida cinese
non mette paura

Graziella Valisi alla macchina da cucire: è sarta da oltre 40 anniIn tutta la provincia sono 274 i negozi di sartoria: e ormai quasi la metà è gestita da stranieri
Graziella Valisi alla macchina da cucire: è sarta da oltre 40 anniIn tutta la provincia sono 274 i negozi di sartoria: e ormai quasi la metà è gestita da stranieri

In ogni angolo della città ce n’è almeno una: le sartorie cinesi vivono di riparazioni, di piccoli lavori come orli e cerniere. Il tutto a costi irrisori che, il più delle volte, corrispondono a pochi spiccioli: 3 monete da 1 euro e il pantalone è servito. Nulla a che vedere con i prezzi delle vecchie sartorie tradizionali: forse più accoglienti, dagli spazi meno angusti, esempi di un artigianato italiano alle prese con la concorrenza che arriva dall’Oriente. I dati della Camera di Commercio, aggiornati al 2018, contano un totale di 274 negozi di sartoria sparsi per la provincia (in crescita rispetto ai 217 del 2013): 146 registrati da italiani e 128 da cittadini di nazionalità straniera (113 extraeuropee e 15 comunitarie). Un settore, quindi, in cui tutto sommato la capacità e la maestria italiana sembrano ancora resistere. Il Made in Italy si conferma una garanzia: la fotografia scattata nel quarto trimestre dello scorso anno mostra una differenza tra “laboratori” e negozi di riparazioni. Senza stupore la prima categoria vede in testa l’Italia con 90 attività, contro le 85 straniere. Nella seconda, invece, su un totale di 70 piccoli negozi, solo 28 sono “nostrani”. In ogni caso, a spiccare è la preponderanza della mano cinese con un totale di 63 attività, seguita da Romania e Moldavia. Ma è proprio questa sottile ma essenziale differenza, tra laboratorio e riparazione, che fa dormire sonni tranquilli alle sarte italiane. «La concorrenza straniera non mi spaventa: spesso accade di dover metter mano ad uno sbaglio commesso da loro. Noi ci basiamo sulla qualità del lavoro, loro sulla quantità. Ma quando si deve sistemare un capo, soprattutto se di valore, la prima scelta siamo noi», commenta Patrizia Tagliani, titolare della Sartoria Couture di corsia del Gambero. Un bisogno, quello di aggiustare, riciclare e rammendare sempre più diffuso. «Sono oberata di lavoro - confessa - e molto lo si deve alla crisi: prima quando un vestito non andava più bene si buttava, ora no: ora si cerca di sistemarlo o di riadattarlo». Una crisi, non solo economica, ma anche occupazionale: i giovani non sono più disposti a fare un lavoro che «richiede fatica e impegno». Un mestiere difficile da improvvisare, in cui fondamentale è l’esperienza e la formazione: non quella scolastica ma sul campo. «Sono pochi i giovani pronti a dedicarsi ad un impiego non sempre remunerativo – ammette Mirella Grasso, nella sua sartoria di via Moretto -. Gli stranieri si adattano mantenendo però una qualità piuttosto bassa perché la moda è italiana, ed è una nostra prerogativa». UN SETTORE, quindi, che nonostante le difficoltà va avanti a testa alta ma con inevitabili sacrifici. «Io sono qui dalla mattina alla sera per cercare di far fronte a tutte le spese e non mi capacito come facciano loro a restare a galla mantenendo prezzi così bassi», aggiunge Grasso. Ma la risposta sembra semplice: «Il materiale è di scarsa qualità, in più a loro è concesso di non pagare l’Iva per due anni, oltre ad agevolazioni e a vari escamotage che riescono a trovare», spiega Giulia Mannarino, della “Piccola Sartoria GM” di via Gualla. Ma c’è anche un’altra risposta, più profonda e che, «imperterrita va avanti da anni», dal secondo dopoguerra. «Io non do assolutamente colpa alla concorrenza straniera per la sofferenza economica e commerciale che viviamo – sottolinea Graziella Valisi sarta da oltre 40 anni -. Il problema è la mentalità italiana che da decenni descrive l’imprenditore come un poco di buono. Quello di oggi è il risultato di anni di disprezzo. Si favoriscono le multinazionali lasciando morire i piccoli artigiani vessati da tasse e burocrazia. Ma se per primi non cambiamo noi è impossibile che le cose migliorino». •

Marta Giansanti
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