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27.11.2020 Tags: Brescia

Poliambulanza,
lo stress resta
nelle rianimazioni. Ma ora senza più «eroi»

Al computer per «leggere» i dati sulla salute dei pazientiGli operatori impegnati nel reparto di terapia intensiva SERVIZIO FOTOLIVE/Filippo VeneziaNel reparto della rianimazione della Poliambulanza sono allestiti 24 posti per ricevere pazienti CovidIl primario della rianimazione Giuseppe Natalini Il lavoro quotidiano
Al computer per «leggere» i dati sulla salute dei pazientiGli operatori impegnati nel reparto di terapia intensiva SERVIZIO FOTOLIVE/Filippo VeneziaNel reparto della rianimazione della Poliambulanza sono allestiti 24 posti per ricevere pazienti CovidIl primario della rianimazione Giuseppe Natalini Il lavoro quotidiano

Le pizze in reparto non arrivano più. Quelli che lavorano in Terapia intensiva, da eroi sono tornati ad essere semplicemente medici e infermieri. Gli entusiasmi che a marzo avevano infiammato la gente si sono spenti col tempo. «Vuol dire che la città inizia a sentire meno il peso del Covid. Non siamo più eroi ma lavoriamo con lo spirito di sempre. In fondo siamo abituati a non essere considerati tali. E’ come tornare alla normalità». Giuseppe Natalini, responsabile della Terapia intensiva di Poliambulanza, ha appena finito il primo giro di visite di una giornata che si preannuncia lunga, come sta accadendo dalle ultime settimane a questa parte. «Abbiamo 22 pazienti Covid ricoverati, ce ne sono molti in valutazione nelle corsie, che attendono di occupare gli altri due letti Covid al momento liberi, e dobbiamo occuparci anche dei dieci posti riservati ai malati non Covid», racconta. Circa la metà dei pazienti contagiati, in Rianimazione come nelle degenze ordinarie di Poliambulanza, arriva da fuori Brescia, in particolare dalle aree del Milanese più colpite nella seconda ondata. «Rispetto a quanto vissuto la scorsa primavera, oggi la pressione diretta sull’ospedale è meno pesante, grazie alle misure di contenimento e all’assenza di code in Pronto soccorso, cosa che ci ha aiutati – spiega -. Ma in reparto vediamo più o meno le stesse cose: la malattia da Covid, quando si scatena, è seria come a marzo, seguiamo forme gravissime di insufficienza respiratoria, e ad essere colpiti non sono solo gli anziani, ma anche persone sotto i 50 anni». Fra i rumori felpati dell’area protetta di Terapia intensiva, scandita dai suoni dei monitor e dai passi veloci degli infermieri, continua a mancare la voce dei familiari. «La pandemia ha portato uno sconvolgimento della nostra pratica quotidiana: da anni avevamo fatto cadere le barriere della Terapia intensiva, i parenti potevano entrare liberamente per dieci ore al giorno, ora siamo tornati, per necessità, a una concezione della Rianimazione di 30 anni fa – considera Natalini -. Questo ha cambiato tutto, perché con i parenti distanti, se non ci siamo noi, per i malati non c’è nessuno. Siamo diventati il loro primo e unico contatto, e ci siamo assunti la responsabilità di garantire loro una relazione. Nel dramma, un’esperienza estremamente arricchente sotto il profilo umano». Affinare lo sguardo, modulare il tono della voce, nobilitare il tocco: schermata da tute e maschere protettive, tutta l’équipe ha imparato presto una via alternativa di comunicazione con i malati intubati. «Si può sorridere con le parole e con gli occhi - che sono l’unica parte visibile - ma anche prendendo la mano di un paziente», rivela. Per chi è vigile, lavagnette e pennarelli diventano un lasciapassare per iscritto con il mondo che lo circonda. Sono stati duecento i malati accolti in Terapia intensiva solo in marzo e aprile, una trentina nelle ultime settimane, «ce li ricordiamo uno per uno – dice il primario -, il letto che occupavano, chi avevano vicino: molti sono restati a lungo con noi». Anche chi non ce l’ha fatta resta nella memoria. Nella Terapia intensiva di Poliambulanza in tempi di pace c’è una mortalità bassa, pari al 12-14 per cento. Nella prima ondata sfiorava il 50 per cento dei malati, e anche oggi rimane ferma al 45 per cento, con dati sovrapponibili a quelli delle altre Rianimazioni lombarde. Nella routine terapeutica sono entrati eparina e cortisone, ma manca ancora un farmaco risolutivo. «IL NOSTRO LAVORO è per metà simile a quello degli altri medici, perché facciamo diagnosi e somministriamo farmaci utili. Ma abbiamo un’arma in più: riusciamo a far sopravvivere i pazienti anche quando non esistono terapie – spiega Natalini -. Possiamo mantenere la respirazione quando i polmoni sono in difficoltà, così come la funzione del cuore o quella dei reni, mentre la malattia fa il suo corso. Il Covid prima o poi passa, come tutte le patologie acute. La nostra sfida è tenere in vita le persone in attesa che l’infezione si risolva». C’è una frase, nel lessico dei medici, che riassume questo sentimento di ansia liberatoria, dopo una notte difficile al letto di un paziente o un peggioramento repentino: «L’abbiamo portato a casa». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Lisa Cesco
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