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21.03.2019

«Pronti a rifarlo
ancora Salvare
vite è un dovere»

La nave «Mare Jonio»
La nave «Mare Jonio»

«Siamo assolutamente sereni, il sequestro della nave è illegittimo. Il comandante ha agito nella totale legalità e nel rispetto del diritto internazionale». Beppe Caccia lo afferma senza esitazione e le sue parole arrivano forti e decise, nonostante il vento di Lampedusa tenti di disturbare la comunicazione telefonica. Il ricercatore universitario, volto «storico» dell'antagonismo bresciano, da anni a Venezia dove ha ricoperto anche incarichi istituzionali, è l'armatore della «Mare Jonio», la nave di Mediterranea Saving Humans che il 18 marzo ha soccorso in acque internazionali, a 42 miglia dalle coste libiche, 49 persone - 37 adulti e 12 minori - su un gommone in avaria che imbarcava acqua.

È A BORDO dello scafo ormeggiato nel molo commerciale di Lampedusa, quando riceve la nostra chiamata. «Stamattina è stato convalidato il sequestro della nave e in questo momento sono in corso attività investigative. La Guardia di Finanza sta acquisendo immagini, foto e video relativi all’operazione di soccorso. Non si tratta di un sequestro - tiene a sottolineare - li abbiamo forniti noi». E annuncia: «Stiamo preparando il ricorso al tribunale del riesame per chiedere il dissequestro della nave. Non vediamo l'ora di tornare al più presto in missione. Ogni giorno in cui nel Mediterraneo manca una nave, la vita di centinaia di persone è a rischio». Nessun ripensamento sull’operazione di salvataggio: «Siamo assolutamente convinti di aver agito nel giusto - conferma Caccia - lo rifaremmo e lo rifaremo. Non vediamo l'ora di poter tornare in mare per monitorare e, se necessario, salvare vite umane». Perché altrimenti, spiega Beppe Caccia, il destino di quegli uomini sarebbe stato drammatico: «Sono agghiaccianti i racconti che abbiamo ascoltato nelle ore trascorse insieme: mesi passati tra violenze e torture e abusi di ogni genere...ormai il tema di chi si mette in mare dalle coste libiche non è il motivo per cui partono dai loro paesi d'origine, ma la fuga dall'inferno libico e dalle condizioni che abbiamo visto descritte dalle organizzazioni umanitarie». L'armatore sostiene che: «Se non li avessimo presi a bordo sarebbero stati catturati dalla guardia costiera libica e sarebbero stati ricondotti nei centri di detenzione, nei campi da cui scappavano». E aggiunge: «La guardia costiera non ci ha chiesto di consegnarglieli né di dirigerci verso il porto, ma comunque non avremmo eseguito l’ordine». E a chi fa notare che la Libia è in zona Sar (search and rescue, con personale di salvataggio addestrato) e i suoi porti sono sicuri, Caccia risponde: «La questione non è avere porti sicuri per l'attracco delle navi, ma essere certi del rispetto dei diritti umani a terra. Un porto è sicuro se i diritti fondamentali sono rispettati». L'armatore parla di «paradosso libico»: «È stata assegnata una zona Sar, con una guardia costiera armata e finanziata dal governo italiano e dai governi europei che però non è in grado di garantire un porto sicuro. Quindi è più che legittimo salvare persone». Una volta portati a bordo i migranti, spiega Caccia, erano tre le opzioni: «Andare a Zarzis, in Tunisia, a Malta o a Lampedusa. Zarzis sarebbe stato il porto più vicino, ma era impossibile arrivare per maltempo. Malta era a 185 miglia da dove eravamo noi. Lampedusa a 105 miglia. Il ministro dell'Interno può dire ciò che vuole, ma dal punto di vista del codice di navigazione il porto più vicino era Lampedusa».

CACCIA non capisce «come possa essere un problema: Nave italiana, porto italiano, giusto? Abbiamo costruito Mediterranea in un clima di intolleranza, durante la criminalizzazione dell'attività umanitaria delle ong dello scorso anno. Uno dei punti della campagna d'odio era che nelle acque del Mediterraneo operassero solo ong straniere. Era il momento di fare qualcosa di concreto e abbiamo messo per mare una nave con bandiera italiana, cosa che non si era mai vista. Chiedo al ministro: quando una nave batte bandiera olandese si dice che è l'Olanda a doversene occupare, quando batte bandiera tedesca è la Germania...e una nave con bandiera italiana, dove deve andare?». Salvini ha definito la Jonio «nave dei centri sociali». «Nessuno di noi nega la sua storia, né io né Casarini - risponde Beppe Caccia - ma poi si è fatto altro. Il sostegno più importante ci è arrivato dalle parrocchie, da raccolte fondi tra gli scout, dalla sensibilità fatta di tante persone anche molto diverse per origini e appartenenza. Questo paese non è quello che viene rappresentato. Qui c'è tanta gente che la pensa diversamente, convinta che salvare vite umane sia non solo un diritto ma un dovere».

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Paola Buizza
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