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16.05.2019

Richiedenti asilo,
strutture
in chiusura

Richiedenti asilo: a Brescia un’esigenza sempre alta
Richiedenti asilo: a Brescia un’esigenza sempre alta

Saranno sufficienti i posti offerti in risposta al bando prefettizio del 5 marzo per l’accoglienza dei richiedenti la protezione internazionale o, come accaduto in molte altre parti d’Italia, saranno inadeguati ai numeri ancorché in forte calo? Attualmente, in base al bando precedente, sono 26 gli enti gestori, ma sono pervenute 20 domande, 17 sotto i 50 posti, 3 fino a 300 (il Pampuri e due privati in provincia, Boschetti e Progetto di integrazione e accoglienza). Alcune associazioni o cooperative non hanno rinnovato la loro disponibilità, altre dieci hanno inoltrato la busta ma verranno scartate perché, firmatarie di un ricorso con capofila Il Ponte, respingono i criteri di gara. La stima che viene fatta dal Terzo settore è sui mille posti, contro i 1470 del bando e gli odierni 1392, comunque in continua diminuzione. Il quadro bresciano non si capirà sino al termine di giugno, visto che la data di scadenza del bando è stata prorogata di due mesi e in Prefettura siamo ancora alla fase dei controlli amministrativi, cui seguirà la fase della valutazione economica. Già la proroga non è stata indolore: una ricontrattazione ha proposto per i due mesi un abbassamento da 35 a 25 euro quotidiani pro capite accettato solo da alcuni. La situazione al momento è un limbo che presenta parecchi problemi.

 

IL PIÙ GROSSO dei quali riguarda, a fronte di una coperta più stretta, sia la destinazione futura degli ospiti delle realtà che non hanno aderito e di chi sta chiudendo o riducendo la capienza, non trovandosi d’accordo con l’impostazione vitto-alloggio senza servizi o comunque non sentendosi più in grado di proseguire con i nuovi standard. Vedi Clarabella e la Sorgente che hanno desistito o il Pampuri che ha smantellato la seconda sede in via Moretto, quasi dimezzando la sua quota con non poche conseguenze sugli addetti e sulla ricollocazione. Fra le sigle storiche che non si sono presentate ci sono Adl Zavidovici, K-Pax, Museke e La Rete. «La pura custodia non rientra nei nostri orizzonti valoriali- sottolinea Alberto Gobbini della Rete-. Al momento abbiamo 36 ospiti in otto alloggi, per i quali si porrà la questione dei contratti d’affitto, una volta che, credo gradatamente, dovranno essere trasferiti altrove. Noi abbiamo parecchi ambiti di intervento sociale, avevamo aderito nel periodo della grande emergenza, sollecitati dalla stessa Prefettura; ora a queste condizioni basta». Infrastrutture sociali è uno dei dieci firmatari del ricorso al Tar al quale per ora non c’è risposta. «Non possiamo accettare il tesserino per le uscite, le prescrizioni addirittura sulla quantità di cibo. Abbiamo 70 persone con noi, più 11 in uno Sprar di Nave. Dove finiranno se già i posti non sono abbastanza non lo sappiamo e siamo preoccupati, soprattutto per le famiglie con bambini. Sono tutti molto spaesati. Come faranno senza gli aiuti accessori che davamo? Saranno visitati se ammalati, ma le medicine chi gliele comprerà?. Quelli che lavorano sono pochissimi. Non è semplice trovare un’occupazione, e una casa, di questi tempi anche per coloro che, prima della legge Salvini, avevano completato il loro percorso e devono arrangiarsi in proprio» dice il referente Sandro Scarso. La cooperativa Kemay di Caritas segue 120 profughi ma ha proposto 90 posti perché intenzionata in qualche modo, d’accordo con la diocesi, a continuare con i corsi di alfabetizzazione, la formazione lavoro e tutto quanto veniva programmato per l’inserimento nella società. Resta fuori il Calabrone che si occupa dei minori non accompagnati, dai 15 ai 18 anni, ma con una convenzione fra Prefettura, Loggia e cooperativa. «Ne avevamo pochi, solo 8, ma è stata una bellissima esperienza; li abbiamo visti crescere, inserirsi nella nostra società. Ora sono 3 - spiega Alessandro Augelli- e saranno sempre meno».

Magda Biglia
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