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23.04.2019

Salario minimo, per Brescia è un passo indietro

Roberto  Zini (Aib)Douglas  Sivieri (Apindustria)Mario Bailo (Uil)Alberto Pluda (Cisl)Silvia Spera (Cgil)
Roberto Zini (Aib)Douglas Sivieri (Apindustria)Mario Bailo (Uil)Alberto Pluda (Cisl)Silvia Spera (Cgil)

Dopo l’approvazione del reddito di cittadinanza, il Parlamento sta vagliando altre due proposte di legge per introdurre il salario minimo: una avanzata dal PD che prevede una soglia minima oraria di 9 euro netti e l’altra firmata dal Movimento 5 Stelle che invece propone 9 euro lordi. Si tratta di proposte che a Brescia non raccolgono consensi fra i rappresentanti di imprese e lavoratori. A prevalere sono i dubbi e le riserve. I sindacati sono preoccupati che l’istituzione di un salario minimo per legge vada a concorrere con l’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) che, ad oggi, coprono circa l’85% dei rapporti lavorativi in Italia. La segretaria generale della Cgil di Brescia, Silvia Spera, afferma che nei contratti collettivi sono comprese tante voci «come l’indennità, le ferie, la tredicesima, tutti elementi che in realtà portano ad un valore orario dello stipendio molto più alto». Il rischio dunque è che vengano istituiti «sindacati di comodo che stipulino un contratto al ribasso», motivo per cui insistono sulla necessità di una legge sulla rappresentanza «così che possano contrattare solamente le organizzazioni maggiormente rappresentative». A chi potrebbe giovare l’istituzione di un salario minimo? Come sottolinea Mario Bailo, segretario generale della Uil di Brescia, si tratta di una misura che «in molti paesi riguarda solo certe categorie e prestazioni» e dunque potrebbe essere efficace se rivolto a tutti coloro che sono costretti a forme di impiego part-time involontarie oppure se riguardasse quelle forme di lavoro legate, per esempio, alla diffusione delle piattaforme digitali e che non sono coperte dai Ccnl. Insomma, bisognerebbe «fare una valutazione caso per caso, per evitare di innescare meccanismi depressivi che schiaccino i salari verso il basso». Alberto Pluda, segretario generale della Cisl, rilancia chiedendo piuttosto «una norma che stabilisca il valore universale (erga omnes) di minimi retributivi fissati dai contratti nazionali sottoscritti dalle parti più rappresentative, in modo che ogni datore di lavoro sia tenuto a garantire i trattamenti previsti dai contratti». In questo senso, aggiunge, «bisogna lavorare per estendere la copertura contrattuale a quel 15% che oggi è fuori dal perimetro dei contratti collettivi, allargando, incentivando e rafforzando la contrattazione». Insomma il rischio di un passo indietro nelle condizioni contrattuali a giudizio delle organizzazioni sindacali è reale. Oggi è la contrattazione tra le parti – che siano dotate di effettiva rappresentatività – lo strumento mediante il quale vengono regolati i diversi aspetti dei rapporti di lavoro, compresi i minimi tabellari che fissano – contratto per contratto e qualifica per qualifica – le retribuzioni minime. Ovvero, retribuzioni al di sotto delle quali non si può comunque andare, ma che possono essere incrementate dalla contrattazione individuale o da quella collettiva esercitata a livello nazionale, territoriale, aziendale o di gruppo. Dunque, la contrattazione collettiva, a partire dal livello nazionale, ha permesso fino ad oggi alle parti di stabilire, oltre a tanti altri aspetti del rapporto di lavoro, livelli salariali aderenti alla realtà delle singole categorie. Per questo, secondo gli esponenti sindacali, è rischiosa una definizione di legge di un salario minimo che sia uguale per tutti. «Si cancellerebbe la complessità del mondo della produzione», spiega Spera. POSIZIONI critiche che trovano d’accordo anche Roberto Zini, vice-presidente dell’Associazione Industriale Bresciana per il quale «con l’istituzione del salario minimo legale si rischia la fuga dai contratti». Anche se l’elemento più contestato è la mancanza di una vera politica attiva del lavoro che parta dalle imprese. L’apertura di credito che, sia pur con molte riserve, il governo poteva avere tra le realtà produttive bresciane comincia ad erodersi secondo Douglas Sivieri, presidente di Apindustria: «gli imprenditori attendono lo scossone fiscale ed economico che era stato promesso: è assolutamente urgente mettere mano alla programmazione fiscale e finanziaria del paese. Il salario minimo non va in questa direzione». Nonostante i segnali di frenata Brescia resta tra le province che più hanno recuperato terreno dopo la crisi: nel 2018 l’export è cresciuto del 7% (16,9 miliardi) contribuendo a generare un Pil pari a 39,3 miliardi di euro e rimane tutt’oggi il primo distretto in Italia nell’industria dei prodotti in metallo e della metallurgia, con 52mila addetti. Il tasso di disoccupazione è del 5,2%, contro una media nazionale del 10,5% e una media regionale del 6%. Tuttavia la precarietà e la frammentazione del lavoro sul territorio bresciano sono ancora alte: «Ci sono 20mila ragazzi che negli ultimi due anni sono partiti dalla nostra provincia per andare all’estero a trovare un lavoro», sottolinea Bailo. Il reddito di cittadinanza è stato promosso come una misura che cerca di dare una risposta al mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro, eppure a Brescia si sono sollevate molte voci critiche. Su circa 800mila domande complessive arrivate finora all’Inps, 8865 provengono dalla provincia di Brescia, di cui 3356 solamente dalla città, 910 da Chiari e 873 da Montichiari. Un dato che sorprende tanto i sindacati quanto gli imprenditori. A Brescia, infatti, si stima che abbiano diritto al reddito di cittadinanza più di quarantamila famiglie, mentre in tutta Italia sono quasi 3 milioni ed è qui il cuore del problema: se anche si riuscisse a dare a tutte queste persone il reddito di cittadinanza, poi è necessario trovargli un’occupazione, cioè creare posti di lavoro. «Un’impresa impossibile – afferma Bailo – finché gli investimenti sono fermi, le grandi opere come la Tav Brescia-Padova sono bloccate, le infrastrutture cadono a pezzi e la previsione di crescita per l’anno prossimo è dello 0,2%». Vi è l’impressione generale che le risorse destinate al reddito di cittadinanza potessero essere investite in maniera più proficua. Sivieri sostiene che si potevano utilizzare questi soldi per sostenere chi dà lavoro, per esempio «avviando facilitazioni fiscali alle aziende che assumono disoccupati oppure investendoli nella formazione in azienda in modo di aumentare la capacità di penetrazione del singolo sul mercato del lavoro». SEMBRA dunque esserci un problema che riguarda il modo con cui è stato pensato il reddito di cittadinanza, e che non rende credibile la proposta di introdurre il salario minimo: «perché un giovane di vent’anni dovrebbe accettare un contratto di apprendistato a 900 euro mensili quando può avere 700 euro dallo Stato? Stiamo dando ai nostri giovani un messaggio distorto, il punto è creare lavoro non creare assistenzialismo» ribadisce Roberto Zini. Il tessuto imprenditoriale bresciano ha sempre cercato di lavorare in maniera espansiva anche durante gli anni neri della crisi, tuttavia i provvedimenti attuati finora non stanno generando quella fiducia necessaria per tornare a crescere. E dopo quasi un anno dall’insediamento del governo giallo-verde, ormai il tempo stringe. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Simone Fausti
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