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17.02.2020

Sara, speranza da Wuhan «Il peggio ora è passato E io rimango ottimista»

L’assistenza ad un malato nell’ospedale di WuhanIn  Cina le precauzioni contro l’epidemia di coronavirus riguardano ogni aspetto della vita quotidiana
L’assistenza ad un malato nell’ospedale di WuhanIn Cina le precauzioni contro l’epidemia di coronavirus riguardano ogni aspetto della vita quotidiana

«Se mi sposto vado a Pechino. Non torno di certo in Italia. Io resto ottimista, perchè so come i cinesi stanno affrontando l’emergenza. Penso che il momento peggiore sia ormai alle spalle». Nella conversazione via Skype ieri mattina la voce della dottoressa bresciana Sara Platto, tra i dieci italiani che non hanno lasciato ancora Wuhan, arriva tranquilla e serena. Le sue intenzioni non sono cambiate rispetto a un paio di settimane fa, il suo lavoro nella metropoli cinese prosegue così come prosegue il suo impegno al fianco degli operatori sanitari cinesi nel dare sostegno e competenze per fronteggiare l’emergenza. «NEGLI ULTIMI DUE GIORNI la situazione pare stia migliorando. I dati, in continuo aggiornamento, dicono che le persone contagiate sono passate da 740 a meno di 400 al giorno. Guariscono e in questo senso il trend è positivo. Il Governo di Wuhan ha messo in piedi un grosso lavoro, attrezzando palestre, campus universitari, strutture, tutti attrezzati come ospedali da campo per chi si ammala. Anche i volontari della mia Fondazione ovviamente si sono dati da fare in prima persona, ma è tutta la Cina che si è mossa per affrontare il problema; peraltro banche e anche grandi istituti stanno tornando a rimettersi in moto: ci sono le esigenze quotidiane della gente che hanno bisogno di essere assecondate, e il lavoro piano piano sta riprendendo». E invece come vive Sara Platto la sua quotidianità? «Quando dico che ci aiutano in tutti i modi -racconta - voglio dire questo. La mia università ha fornito scorte alimentari quasi come stesse arrivando l’Armageddon: mi hanno dato 50 chili di farina, frutta e verdura in quantità industriali, un mio collega ha riempito un intero minivan di cibo. La mia vicina stava andando a fare la spesa, ma dandole solo una piccola parte di quello che avevo ricevuto io, le ho detto che era assolutamente inutile che lei andasse al supermercato. “Sei una manna dal cielo“, mi ha risposto». Dall’altra parte invece gli spostamenti in città tendono ad essere limitati: «Le scuole sono ancora chiuse, e penso lo saranno ancora per un po’ - ricorda Sara, che è professore associato per comportamento e benessere animale all’università di Jianghan -. Mio figlio Matteo le lezioni le segue on-line, e credo che lo farà fino alla fine di marzo; e così sarà per tutto il semestre universitario. Ma penso che sia giusto: Wuhan ha 11 milioni di abitanti, e tenere al minimo gli spostamenti è un atteggiamento soltanto di buon senso. Ci sono rischi, a muovere un numero così massiccio di persone. D’altra parte, noi abbiamo le nostre buone abitudini: quando torniamo a casa le scarpe le togliamo prima di entrare, le mettiamo poi sul balcone e le puliamo sempre; e non so quante volte ci disinfettiamo le mani ogni giorno. Tutto questo ci vuole ma penso che sia normale». LE SUE COMPETENZE e la sua attività professionale la stanno aiutando ad avere un approccio il più sereno possibile alla situazione di emergenza che sta affrontando: «Proprio stamattina ho parlato con un gruppo di americani, che sono rimasti qui come noi, ma che certamente stanno mostrando un grado di preoccupazione maggiore. In attesa che la situazione prenda una piega positiva davvero, serve mantenere la calma». E una spinta importante potrebbe arrivare da una possibile cura che è in via di perfezionamento: «In Cina si sta sperimentando un antivirale che si chiama Remdesivir, ma ci vuole tempo. Bisogna vedere se la molecola è stabile, se funziona, non sono immediati i risultati. L’augurio però, ovviamente, è che funzioni. Vedremo». Ma alla fine emerge un chiaro messaggio da parte della dottoressa Platto, impegnata in prima linea con la «China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation»; l’idea che si è fatta di questa situazione, con riferimento anche a quanto accaduto negli anni passati, è ben chiara: «L’equilibrio degli ecosistemi è fondamentale. E in fin dei conti, chi altera questo equilibrio è l’uomo. Se andiamo a distruggere una foresta dove abitano i pipistrelli, poi i pipistrelli si devono riadattare da un’altra parte con tutte le conseguenze che ci possono essere, ma la colpa non è dei pipistrelli. Se la si lascia in pace, la foresta da sola non crea danni. Se si scioglie il permafrost per il riscaldamento globale, e si risvegliano microrganismi che per millenni hanno abitato tra quei ghiacci eterni, la colpa non è dei microrganismi: poi gli ecosistemi si modificano con conseguenze che non sono mai preventivabili. I pipistrelli sono tra i più grandi portatori di coronavirus, ma se gli esseri umani non avessero cominciato a mangiarli, il virus non si sarebbe mai diffuso. È inutile adesso che diamo colpe ad altri essere viventi quando le colpe in realtà sono soltanto nostre». E ancora: «Le epidemie degli ultimi vent’anni, la Sars, la Mers, quella di Paramyxus Virus, sono state in larga parte provocate dall’uomo con i suoi interventi. Non mi sorprende, purtroppo, che adesso siamo arrivati a questo. In definitiva, siamo noi i peggiori nemici di noi stessi». Ed è forse questa la più grande lezione che tutto il mondo dovrebbe imparare da questa storia. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Mario Mattei
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