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29.05.2020 Tags: Brescia

Scorie industriali
Nel torrente spunta
una bomba ecologica

Il torrente Carfia ad Agnosine si è ridotto a un lattiginoso e fluido fiume dall’aspetto inquietante
Il torrente Carfia ad Agnosine si è ridotto a un lattiginoso e fluido fiume dall’aspetto inquietante

C'è sempre un'altra faccia della medaglia, e spesso, quella del cosiddetto sviluppo economico, del lavoro garantito e del presunto benessere ha un aspetto spaventoso. In ogni angolo del pianeta, e anche in quella Conca d'Oro segnata per decenni da un boom siderurgico, qualcuno ha pensato bene di costruire immensi profitti devastando l'ambiente, e molti hanno fatto finta di niente, per decenni, barattando uno stipendio con la salute; magari con un cancro. SÌ, PERCHÉ IL FAMIGERATO Pcb è cancerogeno, e abbonda nelle acque e nell'alveo del torrente Carfio, un corso d'acqua così strano che qualcuno osservandolo potrebbe andare con la mente a Saturnia. Qui però non c'è nessuna fonte termale, e l'acqua e le sponde bianche sono tali per l'idrossido di calcio percolato per decenni da tre discariche di scorie siderurgiche che hanno regalato alla natura anche elevatissime concentrazioni di piombo, zinco e cadmio, oltre ai già citati policlorobifenili che nella ex conca del tondino abbondano. IL DISASTRO AMBIENTALE quotidiano iniziato negli anni Ottanta, e forse anche prima, ha finito per pesare su un corso d'acqua (e non solo) sul territorio di Agnosine, ma è maturato su quello di Odolo, grazie alla gestione criminale dei residui di lavorazione da parte dei vertici di tre acciaierie, due chiuse ormai da tempo e una invece ancora attiva; proprio sulla collinetta che ingloba una delle tre discariche. Una gestione illegale e gravemente pericolosa per la salute portata finalmente sotto gli occhi di tutti, anche di chi non ha mai voluto vedere, dal prezioso lavoro dei carabinieri forestali della stazione di Vobarno. Un lavoro partito proprio dalle analisi delle acque del torrente color latte avvenute nel febbraio dello scorso anno e attuate col supporto dell'Arpa. A partire dall'effetto più visibile dello scempio, i militari, coordinati dal pm Mauro Leo Tenaglia, sono risaliti alle fonti, ovvero alle tre enormi discariche di scorie di fonderia. Complessivamente occupano una superficie di cinque ettari, e sono state realizzate senza prevedere alcun intervento di impermeabilizzazione. Le prime due, relative alle acciaierie chiuse, scaricavano e scaricano il percolato nel Carfio attraverso tubazioni; la terza è un doppio incubo. I dirigenti dell’azienda ancora attiva sono finiti nei guai per aver realizzato un sistema di tubi e pompe che recuperava il liquido inquinante, con un forte ph basico, per «trattarlo». Una bella aggiunta di acido solforico e la miscelazione con l'acqua di raffreddamento degli impianti lo rendeva meno caustico prima di scaricarlo nel torrente. Ma c'è di più. Le perdite del sistema di raffreddamento della fabbrica finivano e finiscono nella discarica, e da lì l'acqua calda arrivava e arriva nel povero Carfio innalzandone la temperatura di 5 o 6 gradi. Purtroppo non è stato possibile procedere penalmente nei confronti dei responsabili degli impianti chiusi da tempo, perché allora non esisteva neppure il reato di inquinamento ambientale, ma è comunque finito nei guai uno dei corresponsabili del disastro datato: è il proprietario dei terreni su cui sono state realizzate le due discariche più vecchie, ed è stato il liquidatore di entrambe le società nonché uno dei membri dei vecchi Consigli di amministrazione. Tutti e tre i siti di smaltimento abusivo, colline dei veleni contenenti centinaia di migliaia di tonnellate di materiali oggi ricoperte dalla vegetazione, insieme al sistema di trattamento del percolato citato sopra, sono stati messi sotto sequestro ieri dai carabinieri forestali su disposizione del Gip, mentre relativamente alle accuse, su tutti e quattro i denunciati pesa quella di inquinamento ambientale aggravato (punibile con l'arresto e con multe fino a 100 mila euro) e sui tre funzionari dell'acciaieria in funzione anche quella di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (punito con la reclusione da due a sei anni) ; questo per via del loro simpatico sistema di «trattamento» dei reflui a colpi di acido solforico. Conseguenze penali a parte, ovviamente i responsabili di questo disastro dovranno bonificare le bombe ecologiche a loro spese. Per questo la procura ha già autorizzato l’ingresso di personale specializzato nelle discariche. • © DUZIONE RISERVATA

R.PR.
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