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15.11.2019

«Semaforo Rosso», in appello le condanne diventano quattro

La sentenza dei giudici di secondo grado  ha accolto le richieste avanzate dalla Procura generale
La sentenza dei giudici di secondo grado ha accolto le richieste avanzate dalla Procura generale

Due conferme e due «ribaltoni» che hanno il sapore del colpo di scena. La Corte d’appello di Brescia ha confermato le condanne emesse al termine del processo di primo grado a un anno e 8 mesi di reclusione per Michele De Beaumont e a sei mesi per Severo Pace e ha accolto il ricorso della procura generale condannando a un anno e sei mesi per Alfredo Bolelli e a sei mesi per Fabio Marangini che erano invece stati assolti in primo grado dal tribunale di Brescia. Per tutti la pena è stata sospesa. La vicenda processuale è quella che ha fatto seguito all’indagine «Semaforo rosso» che nel 2012 ha fatto tremare palazzo Loggia e che ha riguardato l’assegnazione degli appalti nel progetto «Pit», piano integrato del trasporto pubblico e privato avviato dall’assessorato alla Mobilità, del valore complessivo di 2,3 milioni di euro. Il piano poi confluito nel progetto «Brescia Info», una sorta di cervellone elettronico che doveva gestire e fornire informazioni in tempo reale sulla viabilità cittadina. MICHELE De Beaumont, consulente della Loggia, Alfredo Bolelli e Fabio Marangini, amministratore delegato e dipendente di Mizar e Saverio Pace, dipendente di Brescia Mobilità (con loro anche Gaia Maria Corbetta, assolta in primo grado e per cui la procura Generale non ha fatto ricorso) avevano scelto la via del dibattimento. A loro l’accusa contestava a vario titolo la turbativa d’asta, con «collusioni e mezzi fraudolenti consistiti nell’aver individuato, ex ante, la Mizar Automazione spa e la Siemens spa quali aggiudicatarie del bando di gara Bresciainfo». Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, i costi sarebbero stati originariamente ripartiti tra Comune di Brescia, Regione Lombardia e Brescia Mobilità spa; proprio «a cura delle future ditte aggiudicatarie» sarebbero poi stati redatti i capitolati a base delle forniture. Secondo l’accusa, il pm titolare dell’inchiesta Silvia Bonardi (passato alla procura di Milano) aveva passato il fascicolo al collega Mauro Leo Tenaglia, «sarebbe stato previsto il ricorso alla procedura negoziata in violazione delle ipotesi normative in cui vi si può fare ricorso». Secondo gli inquirenti così facendo si sarebbero evitato che venissero presentate offerte da «soggetti diversi da quelli collusi». Al vertice del «sistema» gli inquirenti avevano collocato l’allora funzionario della Loggia Giandomenico Gangi che nel corso dell’udienza preliminare aveva patteggiato 2 anni, 11 mesi e 20 giorni. Sarebbe stato lui ad agevolare l’aggiudicazione a Mizar e Siemens dell’appalto. •

Paolo Cittadini
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