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17.11.2019

Slot e gratta e vinci 30.000 i bresciani «malati» di gioco

Il seminario organizzato dall’Osservatorio nella sede AtsSempre di più i bresciani che sono schiavi delle macchinette mangiasoldi
Il seminario organizzato dall’Osservatorio nella sede AtsSempre di più i bresciani che sono schiavi delle macchinette mangiasoldi

Due miliardi buttati nel gioco in provincia di Brescia, 320 milioni solo in città. È l’ultimo dato ufficiale - 106 i miliardi nel Paese - del business di macchinette, scommesse, ticket vari. Si calcola che territorialmente ne vada perso un quarto, fra tasse non locali e guadagni di concessionari che portano il loro ricavato anche fuori dall’Italia. Vuol dire che una città come Brescia perde ogni anno 80 milioni che non entrano nel suo pil, non contribuiscono alla sua crescita. Non solo ma rimane fuori tutto l’online che non si può quantificare e che cresce sempre più. Anche il numero dei giocatori nella provincia, indicato in 30mila persone, è evidentemente molto più ampio se si contano gli internauti. Fra i quali potrebbero trovarsi molti più studenti, stimati invece fra il 3-5 per cento della popolazione scolastica. Considerati i giochi diciamo evidenti, fra gli adulti prevalgono fino all’80 per cento le slot, fra i ragazzi il gratta e vinci. La battaglia contro le machines in Lombardia ha avuto risultati, con un calo di oltre il 20 per cento dei punti di offerta, ma con un brutto rovescio della medaglia, un aumento dell’1,5 del giocato. Vuol dire somme più alte dove ci sono, vuol dire spostamento su altre forme di brivido. Di tutto questo si è parlato ieri nella sala conferenze dell’Ats durante un seminario organizzato dall’Osservatorio provinciale contro la ludopatia e il gioco d’azzardo, con particolare attenzione al Gap, ovvero il gioco d’azzardo patologico, nato dalla rete che vede capofila l’Istituto comprensivo Ugo da Como di Lonato. Dell’Osservatorio fanno parte le Ats di Brescia e della Montagna, l’Ust, l’Università statale, la Camera penale, la Prefettura, il Comando dei carabinieri, il Csv e realtà del terzo settore, l’Acb, e un gruppo di scuole. «CI AUGURIAMO che molte altre aderiscano perché, se è vero che tutto viene buttato sulle nostre spalle, è altrettanto vera la necessità di una sinergia per battere questo fenomeno pericoloso e per certi versi poco conosciuto, con prospettive ancora più oscure nell’avanzare della tecnologia» è il commento di Fiorella Sangiorgi, preside del Comprensivo che da due anni molto si è impegnata nel progetto. Nel 2012 il disturbo ossessivo è stato inserito tra i livelli di assistenza del Servizio sanitario nazionale, la Regione Lombardia ha un suo programma finanziato e a questo progetto sono stati destinati 24.600 euro. L’ateneo compirà un’indagine campione in cinque istituti di primo e secondo grado da stabilire, poi saranno individuate linee didattiche e azioni, con gli studenti e le famiglie. Da parte sua l’Ats ha già avviato cicli di formazione degli insegnanti. Importante è anche far prendere coscienza del problema. «Persino nei tribunali - ha sottolineato ieri Andrea Cavaliere, presidente della Camera penale - viene sottovalutato. Esistono pochissime sentenze per reati conseguenti a questa dipendenza che ne tengano conto nel determinare la pena o l’affidamento ai Servizi sociali. Solo in fase esecutiva sta emergendo l’assimilazione ad altre dipendenze con percorsi di recupero e pene alternative». A guidare la mattinata è intervenuto Corrado Celata dell’Ats di Milano che ha invitato, nella progettualità - «partita bene, seppur faticosamente, con una sfida di sistema su tutto il territorio, sola in Lombardia assieme a Monza Brianza» -, ad avere un occhio clinico e pedagogico, calato nel contesto, un approccio dialogico e non contraddittorio, come accade con le cose che fanno male, si demonizzano e poi si pubblicizzano. •

Magda Biglia
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