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23.01.2020

«Solo Severino
pensava. Gli altri
chiacchierano»

Massimo Cacciari in dialogo con Emanuele Severino, scomparso il 17
Massimo Cacciari in dialogo con Emanuele Severino, scomparso il 17

Affamato di verità. Una fame pazzesca e per niente moderata, quella di Severino, ontologicamente più profonda di quella vitale di personaggi come Steve Jobs. Lì lo spirito creativo per quanto raro del tecnocrate-mercante, qui la solitudine da numeri primi dei filosofi di cui tutti hanno rispetto, timore e, spesso, disconoscenza. Cacciari riassume il rigore del filosofo bresciano proprio nell’espressione «affamato disperatamente di verità». Galimberti, desolato come pochi, paragona le conclusioni di Einstein alla visione di Severino. «MUORE la filosofia. Punto e a capo» sottolinea più di una volta il suo collega ed ex allievo Umberto Galimberti che racconta sessant’anni di amicizia con il pensatore nato il 26 febbraio 1929. «Era l’ultimo filosofo. Oggi in questo campo del sapere si fa sociologia, psicologia e tanto altro. Puoi anche laurearti in filosofia senza aver letto Platone. Emanuele riteneva che la verità andasse trovata con argomenti fondati. Non accettava parole a vanvera e vaniloqui. Oggi invece viviamo di dettati ipnotici, frasi a effetto». Lo spirito affranto e polemico di Galimberti non risparmia nulla, nemmeno alcuni noti episodi pubblici. «La politica? Mai attinge alla filosofia. Anche se il presidente del Consiglio Conte è andato a trovare Severino non per questo ha indirizzato la sua politica di premier verso il pensiero filosofico dell’autore di “Destino della Necessità“». A molti colleghi di Severino pare infatti arduo che le sue argomentazioni sulla tecnologia sovrana dei tempi diventino nutrimento quotidiano per chi si propone il governo del Paese. «Severino vede nella tecnica nient'altro che la forma più potente del nichilismo e della disperazione dell'Occidente che crede che le cose possano essere create e poi distrutte. Il filosofo afferma che quel divenire è una contraddizione, perché tutto è eterno - incalza Galimberti -. L'illusione dei mortali, scrive, è simile a quella della formica che vive un giorno: vede tramontare il sole e così pensa che non ci sia più». Per l’autore di «Psiche e techne» Severino è stato in un certo senso “sfruttato“ da un punto di vista sociologico «su temi come il “Padre nostro“, le Brigate rosse, l’eutanasia». Sul piano ontologico non si tratta di prendere posizione su un tema bensì «di capire perché quel tema è diventato preminente». E, all’opposto, cos’è mai quella gioia di cui parlò il filosofo scomparso il 17 gennaio? «Non è quella di cui parliamo di solito. Il desiderio umano porta alla soddisfazione. La Gioia di Severino è molto più importante: tutto ciò che è, è sempre». Galimberti rammenta poi la «grande angoscia» da parte del papa bresciano Paolo VI ai tempi della scomunica di Severino e concorda con altri colleghi sul fatto che non si possa parlare di successori. «Negli anni ’60 capii che quel pensiero era inscalfibile. Quelli che lo criticano mi appaiono come coloro che contestano a Van Gogh il giallo dei girasoli» rispetto alla verosimiglianza. «Ma lui è Van Gogh! Io dopo aver capito che Severino era la perfezione mi sono buttato sui contenuti empirici: corpo, tecnica, miti del nostro tempo, dizionari di psicologia. Non poteva avere eredi: anche Jaspers non ha avuto una scuola!». Lui ha incarnato «il modello di cosa significa pensare. Ora non si pensa: si chiacchiera». Per Massimo Cacciari, tristissimo, «il pensiero di Severino è del tutto inattuale: era tremendamente temuto per la sua straordinaria preparazione. Nessuno lo contestava di petto. Ma le correnti dominanti vanno in direzione opposta alla sua. I “coccodrilli“ di questi giorni non dicono nulla: la presenza di Severino nel mondo filosofico internazionale è tutta fa conquistare. Anche il “caso Heidegger“ per me è una sorta di leggenda. Quelli che si sono confrontati con lui sono pochi, tra cui Vincenzo Vitiello, Massimo Donà, Italo Valent e il sottoscritto. Si cita a sproposito “Ritorno a Parmenide“: la sua era una critica a Parmenide. Non sarà mai popolare ma non è detto che la popolarità giovi alla comprensione, guardiamo cosa accade a Schopenhauer!» Amico personale di Severino si definisce anche Gianni Vattimo che lo ammirava nonostante la grande diversità di linea di pensiero. «Ora però in questi minuti mi sto domandando: che significa essere vivo? Non so cosa farmene, ora. Mi dico che lui non può essere morto: o perché non era “vivo“ prima, seguendo la sua riflessione, oppure perché uno come lui non può morire. Era nell'eternità». «Volevo veramente bene a quell’uomo» è l’ultima frase di Galimberti, prima che la voce si affievolisca invasa dalla dolcezza. Quindi, forse, come il sole della sua allegoria anche Emanuele Severino, venerdì, è solo scomparso dalla nostra vista empirica. •

Sara Centenari
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