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31.03.2020 Tags: Brescia

«Tutti a rischio
contagio. Ora
strategie più ampie»

L’ipotesi che la pandemia possa avere una recrudescenza deve renderci prudenti EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON Il professor Francesco Donato
L’ipotesi che la pandemia possa avere una recrudescenza deve renderci prudenti EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON Il professor Francesco Donato

La storia delle pandemie insegna a non abbassare la guardia. A partire dalla Spagnola del 1918, che esordì in primavera in una versione più docile, per poi tornare con una seconda ondata autunnale che falcidiò milioni di vite umane. «Questo non deve ingenerare paura ma prudenza», avverte Francesco Donato, ordinario di Igiene e responsabile dell’Unità di Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica dell’Università degli Studi di Brescia. «Ci auguriamo che con il Coronavirus non vada così, ma dobbiamo imparare dalle epidemie del passato a non farci trovare scoperti nella capacità di difesa. Anche se, guardando alle politiche degli altri Paesi europei e oltreoceano, pare che nessuno, al momento, abbia imparato la lezione». Sul “modello Corea” e la diffusione dei tamponi a tappeto, tuttavia, Donato è scettico: «Fare il tampone non ci mette al riparo dal Covid-19. Si può essere negativi oggi e domani contrarre il virus». L’EPIDEMIA è talmente diffusa che «tampone o non tampone, tutti noi dobbiamo considerarci potenziali veicoli di contagio. Ed è proprio questa la strategia che ci può salvare: renderci conto che siamo tutti a rischio, e agire in modo compatto per interrompere la catena di trasmissione del virus tra persone». Ad esempio evitando di uscire e osservando il giusto distanziamento tra le mura domestiche. Analogamente, l’isolamento per sé e per i contatti più prossimi dovrebbe scattare ai primi sintomi di febbre e tosse, «osservando tutte le precauzioni adottate da chi è positivo». Una pista di lavoro futura, non a caso, sarà approfondire più nello specifico i contesti e le modalità di trasmissione dell’infezione. Altro capitolo dibattuto è la numerosità dei casi, con le stime matematiche che indicano per ogni malato positivo al test altri 5 o persino 10 contagiati sommersi. In Lombardia si viaggerebbe dai 200 ai 400 mila casi reali. «Si tratta di numeri verosimili – dice l’epidemiologo -, considerando anche gli asintomatici. Un effetto moltiplicatore va applicato anche ai decessi: Ats Brescia ha registrato morti quattro volte maggiori rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Questo vuol dire che il 75 per cento dei decessi del periodo è ascrivibile al virus, anche in modo indiretto». LA CURVA dei contagi, intanto, sembra aver perso il temibile andamento esponenziale: «Si sta appiattendo e stiamo probabilmente arrivando al plateau – osserva Donato -. Bisogna continuare con le restrizioni in atto». Non si spengono intanto le polemiche: da un lato la Federazione dei medici di medicina generale della Lombardia che parla di una “Caporetto della sanità pubblica italiana”, dall’altro la Federazione degli Ordini dei Medici che critica l’approccio troppo “ospedalocentrico” nell’emergenza, a scapito del territorio. «Esiste la necessità di un lavoro più capillare sul territorio – conferma Donato -. Anche se per i pazienti gravi l’ospedale rimane una risposta insostituibile, la medicina del territorio va potenziata, e questo consentirebbe di seguire più malati a casa». La verità è che questo virus veloce e insidioso «ci ha preso alla sprovvista. Ci siamo illusi di poterlo fermare come la Sars – che aveva fatto 8 mila casi nel mondo – bloccando le persone che venivano dalla Cina, senza considerare che Covid-19 si trasmette già in fase di incubazione, prima che appaiano i sintomi». Dotarsi di un piano pandemico dettagliato è più che mai necessario, «perché quanto sta accadendo oggi ci insegna che serve una strategia a largo raggio, che preveda compiti di ospedali, territorio e gestione degli infetti - sostiene Donato -. Perché il sistema funzioni nell’emergenza, abbiamo imparato che ogni pedina deve andare al suo posto». •

Lisa Cesco
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