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21.08.2019

«Una necessità, non un vezzo»

Un fenomeno insidioso perché difficile da prevedere, legato soprattutto a maleducazione e inciviltà
Un fenomeno insidioso perché difficile da prevedere, legato soprattutto a maleducazione e inciviltà

Non è la rabbia a crescere quando cerco un parcheggio riservato ai disabili e lo trovo occupato da chi non ne ha diritto. È piuttosto la delusione, una sensazione di tristezza mista a incredulità perché io, a quel posto, rinuncerei volentieri se potessi e mi chiedo come sia possibile che quella persona che ha deliberatamente deciso di lasciare lì la propria auto non sia in grado di comprendere che parcheggiare in quello spazio senza averne diritto significa rubare qualcosa a me. Quel parcheggio per me è fondamentale. In apparenza serve ad essere più vicini al luogo da raggiungere, che sia una casa, un negozio, l’ingresso di un ospedale o di un teatro. Ma quello stallo riservato è la continuazione della vita: ti permette di andare a lavorare, di fare la spesa, di mantenere amicizie, di andare a trovare una nipotina, di andare a comprare i propri farmaci; ti consente di continuare ad avere una vita sociale, di andare al cinema, di fare shopping. E non solo, perché per me come per molte persone a ridotta mobilità il parcheggio riservato è utile per raggiungere presidi ospedalieri, ambulatori, centri di cura. NON SI TRATTA di un vezzo, di una comodità. È una necessità. Anche quando si tenta di andare a comprare del pane la mattina della vigilia di Natale. Proprio lo scorso anno, la mattina del 24 dicembre, mi sono trovata a dover redarguire un uomo – che non ha mancato di scusarsi e che ha poi subito spostato il proprio veicolo – che aveva parcheggiato la propria Mini in uno spazio riservato ai disabili a Borgo Trento senza contrassegno. Dopo aver fatto alcuni giri della zona sono riuscita a trovare un altro parcheggio, ma poi ho aspettato il «furbetto» davanti alla sua auto, per potergli dire di persona quale danno ha arrecato la sua scelta e quanta fatica ho dovuto affrontare per esser stata costretta a parcheggiare più lontano. Per me, che ho la sclerosi multipla e che cammino con l’ausilio di una stampella, ogni passo è un’impresa e anche solo qualche metro in più da percorrere può rendere cattiva una giornata che sarebbe potuta essere buona (oltre ad aumentare il rischio di cadute). Stessa amara scoperta in occasione della Mille Miglia, quest’anno: cercando di raggiungere il centro storico ho dovuto rinunciare. Solitamente, sempre grazie al contrassegno rilasciatomi dal Comune, posso accedere alla zona a traffico limitato e parcheggiare quindi negli stalli riservati ai disabili ma anche in quelli per i residenti. Ma nei giorni della Mille Miglia ciò è impossibile e quindi ho provato altrove, tra via Einaudi e via Bulloni dove so esserci diversi spazi riservati ai disabili. Molti, però, erano occupati da auto senza contrassegno, comprese alcune pronte a partire a fianco delle auto storiche in uno spettacolo che io non ho potuto vedere dal vivo per colpa della maleducazione di alcuni esseri umani che forse si sentono più astuti degli altri. Per molti anni, fortunatamente, non ho avuto bisogno del contrassegno e mai mi sono sognata di parcheggiare la mia auto in un posto per disabili: alla stregua dei parcheggi riservati ai mezzi di soccorso o alle forze dell’ordine, per me gli stalli per disabili sono sempre stati un importante diritto altrui, connesso a problematiche che neanche immaginavo. Oggi, che quel diritto ce l’ho, vorrei fossero gli altri a rispettarlo. •

Federica Pizzuto
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