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16.05.2019

Sigilli su 13 ettari
Nella falda rifiuti
anche radioattivi

Carabinieri forestali
Carabinieri forestali

«Dall’analisi delle acque di falda emergeva l’inquinamento delle stesse con metalli pesanti ed elementi radioattivi». Proprio così: metalli pesanti ed elementi radioattivi, che dalla discarica del Traversino percolavano nella falda sottostante, come accertato da Arpa in corso di indagini. È forse questo il passaggio più inquietante nelle carte del sequestro preventivo, eseguito ieri mattina a Lonato dai carabinieri forestali su ordine del Gip, della ex discarica del Traversino e dell’area delle ex cave Vezzola.

 

PROPRIO QUELLE: sono le stesse superfici (100 mila metri quadri al Traversino e 28.500 attorno al laghetto delle cave) che erano già state sottoposte a sequestro probatorio in tre interventi dei militari, svolti fra settembre e dicembre, sempre su disposizione del pm Ambrogio Cassiani della Procura della Repubblica di Brescia, nell’ambito di un’indagine per i reati di discarica abusiva e smaltimento illecito di rifiuti. Aree che erano state poi dissequestrate ai primi di febbraio, ma attenzione: quel verbale citava il comma quarto dell’articolo 263 del codice di procedura penale, «dissequestro in corso di indagini preliminari». Infatti le indagini non si erano fermate, anzi: ieri mattina ecco il clamoroso sviluppo e il ritorno dei sigilli sulle stesse superfici. Dalle carte emergono anche cinque persone che risultano indagate dalla Procura. In particolare i proprietari del Traversino per il reato di inquinamento ambientale e gli amministratori della cava per discarica abusiva. I primi sono indagati in quanto, «quali proprietari dell’area, interrando rifiuti di varia natura quali scorie di acciaieria, olii esausti, pneumatici, ed omettendo di effettuare la bonifica dell’area, cagionavano il deterioramento della falda acquifera che risultava contaminata da manganese, alluminio, tricolorometano, dicoloropropano e da concentrazioni di elementi radioattivi Alfa e Beta superiori al limite consentito». Questa l’ipotesi su cui lavorano gli inquirenti. Quanto agli amministratori dell’attività della cava, secondo la Procura, «realizzavano una discarica non autorizzata ivi smaltendo 290 mila metri cubi di rifiuti», specificati in asfalto, verghe in ferro, limi derivanti da inerti da cava, lamiere e calcestruzzi.

 

SI LEGGE in una nota diffusa ieri dai Carabinieri forestali: «I militari comandati dal tenente colonnello Giuseppe Tedeschi, avevano ipotizzato uno smaltimento illecito di rifiuti posto in essere dalla società indagata celato dietro un intervento di risanamento ambientale, regolarmente autorizzato, per la realizzazione di un piazzale (si presume quello destinato ai cantieri Tav, ndr) su di una porzione del laghetto di cava da tempo non più operativo. Il riempimento dello specchio d’acqua, secondo le autorizzazioni concesse doveva essere realizzato con terre e rocce da scavo regolarmente certificate. I Carabinieri forestali, attraverso dei sondaggi portavano alla luce rifiuti provenienti da demolizioni edili frammisti alle terre e rocce da scavo. Ben più critica - spiegano i militari - emergeva invece la situazione del Traversino, dove i rifiuti pericolosi interrati poggiano direttamente sulla falda acquifera, con possibili contaminazioni della matrice ambientale sotterranea». La conclusione che emerge dalle carte dell’indagine è che «l’unico modo per evitare che il reato venga portato a conseguenze ulteriori - così è scritto - è che l’area venga tolta dalla disponibilità degli indagati».

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Paolo Cittadini Valentino Rodolfi
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