«Questa seconda casa non è un albergo!»

«Questa casa non è un albergo!». Un tempo, lontano, padri e madri di figli girelloni o tiratardi lo sbraitavano col furore di un comandamento religioso alla prole vagabonda. Del resto la divinità dei lari domestici fu la più sacra e la più cara ai nostri antenati, gli antichi romani. Popolo in realtà, pure quello, di scaltri affittacamere della suburra. Perché invece sì: questa casa, all’occorrenza, è un albergo. L’occorrenza è la crisi economica: chi ha ereditato un bilocale dalla nonna, ora lo mette su Airbnb o su Booking e con quei soldi ci campa. Per dire: a Desenzano, che non è Roma, ci sono mille case locate ad affitto breve per vacanze. Mille. Ma dove c’è il business arrivano le regole, e siccome siamo in Italia non ci si capisce un tubo: Scia, ritenuta, cedolare secca, ora si parla di partita Iva obbligatoria, e dall’altra parte di furbetti, di abusivi. Quasi si stava meglio quando questa casa non era un albergo.