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01.12.2020

Se nessuno vuole sporcarsi le mani

Nessuno voleva sporcarsi le mani. E non perché si parla di fognature. Così la battaglia sul depuratore del Garda è scivolata al punto di non ritorno. La presa di posizione del Broletto, coraggiosa ma tardiva, tocca il nervo scoperto. Quella sui contestati impianti di Gavardo e Montichiari è una sfida tra Guelfi e Ghibellini. Sindaci «imbavagliati», studi di eminenti professionisti trattati come carta igienica dal fronte del «no», cortei di protesta, il silenzio assordante della politica e minacce di esposti. La posizione pilatesca del ministero dell’Ambiente, sponsor dell’opera, è emblematica. I tecnici di Roma hanno detto tutto e il contrario di tutto: il Chiese è malato, ma può smaltire i reflui depurati. Ed ancora: il ministero non ha titolo per decidere dove costruire l’impianto. Ma di solito chi paga il conto non sceglie anche il ristorante? Sul filo di lana la Provincia riporta la chiesa al centro del villaggio, come dicono i francesi. I depuratori vanno costruiti dove vengono utilizzati. Un principio lungi dall’essere una forma di «federalismo delle acque nere», ma che risponde a questioni di logica tecnica. Più strada fanno i reflui, più aumentano costi e rischi ambientali. Un principio - bene precisarlo - che non mina la credibilità della ricerca del gestore per individuare la soluzione ideale. Semmai le opzioni sono state troppe: il depuratore con le rotelle è sfrecciato da Visano a Lonato per poi tornare in Valsabbia e nella Bassa. Altro peccato originale è stato il mancato coinvolgimento del territorio. Mettere attorno a un tavolo i sindaci coinvolti nell’opera avrebbe dissolto quell’alone di progetto imposto dall’alto che ha gettato benzina sul fuoco della protesta. Il sindacalista Luciano Lama affermava: «Parlare con la controparte non è tempo perso. Se non hai fatto almeno una settimana di trattativa, hai firmato un accordo al ribasso». Altri tempi. Quando nessuno temeva di sporcarsi le mani.

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