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04.11.2019

Addio ai brividi
creativi di Clara
Scarampella

Clara Scarampella: le sue foto erano specchio di un universo creativo
Clara Scarampella: le sue foto erano specchio di un universo creativo

La ricerca iconografica di Clara Scarampella Lombardi, nata a Brescia, si è a lungo espressa in forme libere. Cercava il sogno, la dolcezza delle cose, che diventava leggerezza di immagini e volo della mente. In una mostra di alcuni anni fa («Sei stanze e un giardino», mostra collettiva nello spazio di San Zenone all’Arco, in città), Scarampella ha esposto un’opera intitolata «Il vento»: e il titolo sembra riassumere e tradurre la poetica dell’autrice. Ha esposto molte volte in città, ma è stata attiva anche in contesti nazionale e internazionali, con alcune segnalazioni di rilievo come il premio al «Salon de mai» a Parigi nel 1982, o come la «Tavolozza d’argento» nel 1979, del Comune di Milano. Tra le esperienze espositive fuori dai confini della nostra provincia vanno segnalate la mostra a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, quella a Saint Paul de Vence, a Nizza, e una mostra a New York; da ricordare tutte le mostre del gruppo «Esprit de finesse», dall’origine nel 1986 alla conclusione, alla fine degli anni novanta, sodalizio che ha goduto della presentazione di Giorgio Cortenova. Nei due decenni tra i due secoli, vanno ricordate le cinque edizioni (tra il 1997 e il 2005) di un’iniziativa svoltasi a Venezia, della New York University, diretta da Angela Churchil: il rapporto con gli allievi statunitensi ha originato un complesso di opere, ad iniziare dall’input di partenza della nostra autrice, materializzatosi in cinque mostre, «Clara e gli americani», presentate in città negli spazi dell’AAB. La ricerca di Clara Scarampella nasce apparentemente dalla fotografia; in realtà la fotografia è il mezzo con cui Clara fissava le tracce delle sue opere, segni, smussamenti su materiali fragili, come la sabbia o lo zucchero; la cassetta che contiene la sabbia viene modificata con ondulazioni, lenti scivolamenti, a volte con la presenza di oggetti. Ma era opera fragile, durava poco tempo e scompariva; la fotografia allora era il mezzo per «fermare» e fissare nel tempo le emozioni e i brividi di un fare appartato. La fotografia diviene anche l’input originario, lo stimolo, attraverso cui cercare i medesimi risultati visivi delle composizioni plastiche create in studio. Di queste procedure ha parlato Pierre Restany, che Clara aveva conosciuto nel lavoro critico di consulenza e stimolo condotto da Restany con la rivista «D’Ars»; una monografia («Images of Nature and Nature of Image») raccoglie il senso della riflessione del «padre» dell’arte pop francese.


IL LINGUAGGIO di Clara si traduce in forme e figure a cavallo tra evocazione e astrazione. Dalle fotografie, Clara estrae limitati aspetti, li ingrandisce, rielabora il frammento prescelto, intervenendo sulla superficie di particolari di derivazione naturalistica, lievi, leggeri; con i colori «distrugge» la fotografia, per reinventare una diversa e nuova iconografia, cromaticamente ricca, assai lontana dai profili in bianconero da cui la sua ricerca espressiva era partita. Nel corso degli anni ottanta, questa modalità ha segnato, in forme peculiari, tutto il percorso artistico di Clara: la sabbia o lo zucchero diventano spiagge, dune, superfici, mosse da impercettibili rilievi, in cui a volte l’autrice ricava forme più precisate e precisabili, riconoscibili; ma in forma appena accennata. E lo spazio, di solito limitato, in cui elabora queste forme, viene modificato dalla presenza di luci che precisano e evidenziano le lievi ondulazioni dei materiali, danno vigore all’immagine voluta, e a volte anche alla presenza di piccoli oggetti, posati con misura sulla superficie stessa: siamo in un mondo d’invenzione, una sorta di spiaggia che vuole essere lo sfondo per un movimento delle cose, lieve, come il soffio della vita stessa. Clara si è spenta nella sua casa a Rezzato dove oggi pomeriggio alle 15 nella chiesa di san Giovanni Battista si svolgeranno i funerali.

Mauro Corradini
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