REZZATO

Assalto al «no» della Provincia. Discarica Castella sotto assedio

Si riapre la partita sulla terza stesura del progetto per il sito destinato a smaltire 905 mila metri cubi di rifiuti. Garda Uno presenta le controdeduzioni per ribaltare il preavviso di bocciatura dell'opera
Uno dei cortei di protesta inscenati per fermare le versioni originali della discarica Castella di Rezzato
Uno dei cortei di protesta inscenati per fermare le versioni originali della discarica Castella di Rezzato

Garda Uno non si arrende. E con un fuoco incrociato di complesse motivazioni tecniche prova a fare breccia nel muro innalzato dalla Provincia che ha annunciato la bocciatura del progetto della Castella. I motivi di incompatibilità alla domanda di apertura di una discarica di rifiuti non pericolosi nell’enclave tra Rezzato e Buffalora e di un nuovo impianto di produzione di energia da fonti rinnovabili, sono secondo i proponenti «del tutto inesistenti e insussistenti». Anzi, Mario Bocchio, legale rappresentante de La Castella - «costola» della multiutility Garda Uno – sottolinea «orgogliosamente» le linee guida che hanno ispirato la redazione del progetto, «volte ad ottenere un impianto che possa garantire la massima tutela delle matrici ambientali e la minimizzazione degli impatti». É quanto si legge nelle «controdeduzioni» presentate dall’utility di Padenghe, che accusa il Settore Ambiente del Broletto di affidarsi ad «un presupposto normativo del tutto inesistente». La domanda di apertura della discarica da 905 mila metri cubi di rifiuti - bocciata nell'agosto dello scorso anno anche dal Consiglio di Stato - era stata ripresentata a gennaio attraverso la procedura del Paur, Procedimento autorizzativo unico regionale. Ora, nelle sue osservazioni, la società fa riferimento al Pear, Programma energetico ambientale regionale. Il Pirellone ha espresso «giudizio positivo in ordine alla compatibilità ambientale, a condizione che siano ottemperate alcune prescrizioni». Tutto ruota attorno all’impianto di produzione di energia da fonti rinnovabili alimentato dal biogas prodotto dalla biodegradazione dei rifiuti smaltiti nella discarica, e in particolare alla condizione di mancato utilizzo dell’energia termica prodotta. Una circostanza che ha fatto «scattare» il mancato accoglimento della domanda da parte della Provincia, in quanto «l’impianto non può ritenersi cogenerativo». Nelle immediate vicinanze della discarica, infatti, non esistono utenze termiche disponibili a ricevere energia termica prodotta dall’impianto di cogenerazione, pertanto il calore prodotto verrà dissipato in atmosfera. Totalmente opposta, naturalmente, l’analisi dei privati, che insistono sul fatto che «il progetto è pienamente conforme». A tale proposito, «la tecnologia prevista risulta decisamente complessa e certamente di gran lunga più costosa di qualsiasi altra modalità tecnologica - scrive la società La Castella nelle controdeduzioni -, però consente di sfruttare alle massime condizioni tecnologicamente possibili la potenzialità energetica del fluido». La mancanza di utenze esterne disponibili a ricevere energia termica «non impedisce di definire l’impianto di cogenerazione» e, in sostanza, «il sistema adottato è stato impostato proprio per i benefici diretti e indiretti ricadenti sull’ambiente, risultando pienamente conforme anche ai dettami del Pear qualora gli stessi fossero ritenuti, erroneamente, applicabili al progetto». Cauto il commento del Broletto. «Siamo solo alla fase iniziale del procedimento autorizzativo - spiega Giovanmaria Tognazzi, direttore del Settore Ambiente -, che dovrà verificare la completezza di tutta la documentazione. La Provincia ha osservato che c’erano alcuni elementi non corrispondenti ad alcune questioni legate al Pear e, in particolare, il progetto dell’impianto a biogas, così come è stato posto, non era ammissibile». «I contenuti della controdeduzione presentata dalla Castella si basano esclusivamente su una loro interpretazione delle procedure e dei regolamenti - sottolinea l’assessore del Comune di Brescia, Fabio Capra -. Ma, indipendentemente dall’iter, che si preannuncia ancora lungo e tortuoso, sono sorpreso da tanta testardaggine nel portare avanti questo progetto. Un’insistenza assurda, dettata probabilmente soltanto dal fatto che Garda Uno è “in rosso“ e non sa come giustificarlo ai soci. C’è da chiedersi se una lite così pretestuosa può essere consapevolmente e legittimamente portata avanti. E dovrebbero chiederselo anche i Comuni che hanno la proprietà di Garda Uno. Non c’è motivo di aver “modificato“ il vecchio progetto con l’inserimento di un impianto a biogas - conclude Capra -, se non per la necessità di finire un’altra volta davanti al Tar o al Consiglio di Stato».•.

Cinzia Reboni