Castella-3, il Codisa in pressing sul Broletto

A destra Francesco Venturini portavoce del Comitato Codisa
A destra Francesco Venturini portavoce del Comitato Codisa

La Provincia di Brescia «non è un organo imparziale nella valutazione dell’iter autorizzativo della discarica Castella di Rezzato, progetto proposto dall’omonima società, partecipata al 50% da Garda Uno. Per questo chiediamo che si faccia da parte, rimettendo la delega dell’iter alla Regione, che sulla specifica vicenda in passato ha dimostrato di essere più aderente ai princìpi di tutela del territorio e dei suoi abitanti». Il Comitato Codisa, in linea con l’interrogazione presentata dal gruppo di centrodestra in Broletto, fa appello a tutti i consiglieri «affinché facciano fronte comune, superando le tattiche partitiche». Secondo il Codisa, il conflitto d’interesse è evidente: «la Provincia detiene una quota del 9,76% del capitale di Garda Uno - spiega il portavoce Francesco Venturini -, e in caso di autorizzazione della discarica, ne trarrebbe notevole vantaggio». Ma non è tutto. «La strategia d’azione di Castella srl e Garda Uno è stata concordata con la Provincia, e nonostante le reiterate richieste di cittadini e comitati, nessun tavolo di “dissuasione politica“ tra le parti, alla ricerca di possibili alternative, è stato costituito. Così come gli interventi atti ad evitare la sconsiderata azione giudiziaria risarcitoria nei confronti del Comune di Rezzato, pari a quasi 50 milioni. Un’azione che, in virtù della quota societaria, potrebbe fruttare alla Provincia addirittura 2,5 milioni di euro, dissanguando una piccola Amministrazione, rea di essersi opposta all’arroganza economica di una società che dovrebbe attenersi ad un’etica pubblica». Una condotta, aggiunge Venturini, «in aperta contraddizione con la delibera del Consiglio provinciale, approvata all’unanimità, per la moratoria sulle richieste di nuove discariche». La Castella-3, in effetti, è un iter del tutto nuovo, pur se in «modalità fotocopia» rispetto al progetto bocciato lo scorso anno dal Consiglio di Stato, che ha annullato la valutazione positiva di compatibilità ambientale della Provincia per la messa a dimora permanente di 905 mila metri cubi di rifiuti non pericolosi in un contesto territoriale «già gravemente pregiudicato a livello ambientale e sottoposto a fattori di rischio e di pressione fortemente impattanti». La società La Castella ha già depositato il mese scorso il ricorso per chiedere la revocazione della sentenza dell’agosto 2020, sostenendo che il giudice amministrativo avrebbe accolto la domanda del Comune di Rezzato «incorrendo in una svista di carattere materiale».•. C.Reb.

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