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08.11.2019

L’uccellatore recidivo usava pure il tetto di casa

Il controllo degli anellini di un gruppo di richiami vivi
Il controllo degli anellini di un gruppo di richiami vivi

La determinazione non manca nel mondo dei bracconieri, a volte capaci anche di «mimetizzarsi» efficacemente nell’ambiente urbano. Ci riusciva quasi bene quel ragazzo poco più che ventenne che, catturato dal Soarda in agosto sulle reti (e con un fucile detenuto senza titolo) alla periferia di Brescia, in ottobre è stato ribeccato con altre due reti piazzate a Verziano (e con tanti uccelli morti nel suo domicilio). La mimetizzazione? Sul tetto del suo condominio affacciato sulla provinciale 237, a Roncadelle, aveva piazzato una gabbia trappola per lucherini arricchendola pure con dei bacchettoni ricoperti di vischio. Non l’aveva vista nessuno, a parte i carabinieri forestali. BRILLAVA per l’attenzione alle leggi anche il capannista di Nave con la tessera dell’Anuu migratoristi in tasca che i militari hanno sorpreso sulla montagna di Brescia, la Maddalena. Sentendosi evidentemente al sicuro dai controlli aveva esposto attorno al suo appostamento un «concerto» di fringuelli (specie protetta), e grazie a questi richiami vivi di fringuelli ne aveva appena uccisi una sessantina. Il meglio però è uscito dalla perquisizione di casa sua: 788 fringillidi morti costoditi nel congelatore già impacchettati e pronti per essere venduti sul mercato clandestino degli spiedi. Che dire poi dell’altro capannista (un attempato lumezzanese ultra ottantenne) che usando un richiamo elettroacustico dalla «posta» sovrastante Alone di Casto aveva fatto strage di passere scopaiole e ancora fringuelli? Oppure dei bresciani titolari di grandi capanni sparsi tra Cavriana e Volta Mantovana (cinque i denunciati in due missioni, provenienti dalla Valtrompia e dalla Franciacorta) a loro volta grandi appassionati dei fonofil, che oltre a decine di tordi avevano abbattuto anche un picchio rosso maggiore? L’uccellatore preso invece a Eno di Vobarno dal Soarda si dilettava con una sola rete ma usava ancora i richiami vivi protetti, e in casa di uccelli protetti (morti) ne aveva 70; oltre ad alcuni lacci per cinghiali, mentre erano due le reti utilizzate da padre e figlio in Val Palot, sulla montagna di Pisogne. La loro attività aveva fruttato anche in questo caso decine di vittime. Il campionario di illegalità più o meno clamorose messe a nudo dall’Operazione pettirosso è ancora molto lungo, e per fare ancora solo una citazione parliamo del «caso Montisola». Qui il reparto speciale dei carabinieri forestali ha messo le mani su cinque diversi uccellatori: tre alle prese con i crudelissimi archetti, uno che si era dato ai «sep» e l’ultimo specialista in reti. Sull’isola lacustre più grande d’Europa non si fanno mancare niente. •

P.BAL.
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