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30.10.2020

Quel grande tesoro di «Paròle sparnegàde»

La piazza e il centro di Chiari: qui la polenta di chiama «pulènta:L’ex sindaco Mino Facchetti
La piazza e il centro di Chiari: qui la polenta di chiama «pulènta:L’ex sindaco Mino Facchetti

Sfogliando «Paròle Sparnegàde», l’opera curata dall’ex sindaco di Chiari Mino Facchetti è normale interrogarsi sull’attualità del dialetto. Spesso motivo di scontro politico e identitario, il «dialét» presenta numerose interpretazioni da parte dei bresciani, da chi proprio non lo incontra neanche per scherzare a chi lo usa regolarmente, come lingua madre. Eppure è triste pensare che queste parole, che non sono semplici espressioni, ma tracce di vissuto dei nostri antenati, stiano scomparendo al passare del tempo. Solo nella provincia di Brescia si contano innumerevoli differenze nella struttura, nell’intonazione e nella costruzione stessa dei fonemi. Basti pensare che la polenta a Chiari si pronuncia «pulènta» o come la stessa città di Rovato sia per un bresciano di Piazza Loggia «Roàt» e invece per un rovatese di piazza Cavour sia «Ruàt». Per i giovani queste particolarità sono sempre più ignote, dimenticate dal sistema scolastico, ma difese dall’ambiente famigliare. Non tutto è perduto, se si pensa a come nei borghi anche i «millennials» sfoderano, spesso erroneamente, il dialetto a loro pervenuto, in un telefono senza fili che dura ormai da oltre un secolo. Servirebbe maggiore attenzione da parte degli educatori a non svilire l’uso del dialetto, ma difenderlo come tesoro della nostra cultura. La ricchezza e la splendida varietà di immagini che il dialetto propone, sono indicatori di un popolo a cui non è mai mancata la voglia di lavorare e di distinguersi. Dalla Franciacorta alle valli, passando per l’unicità di Lumezzane, si dovrebbe ritrovare il coraggio di chiedersi anche tra le diverse generazioni di raccontarsi e scoprirsi, per codificare un territorio ricco di storia e di storie. Citando proprio Facchetti «la cultura è frutto di scambi alla pari e non di cedimenti umilianti a chi si suppone essere più forte e più intelligente, più acculturato e più furbo, più accettato e vincente». •

Luca Andrea Masserdotti
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