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22.05.2018

Valanghe, non solo rischi L’effetto trascinamento crea nuova biodiversità

Una valanga sulle Case di Viso
Una valanga sulle Case di Viso

Le valanghe non rappresentano solo un fattore di rischio per la frequentazione invernale delle montagne, ma anche un agente di modificazione ambientale spesso in grado di modellare in maniera unica il territorio. È stato questo il tema dell’interessante seminario ospitato dall’Università della Montagna di Edolo che ha visto come relatore uno dei massimi esperti italiani, il quale tra l’altro ha chiarito come le «frane di neve» possano essere gestite. «Questo fenomeno naturale sicuramente costituisce un grosso pericolo per i frequentatori della montagna - premette Michele Freppaz, docente del dipartimento di Scienze agrarie e forestali dell’Università di Torino -, però ci sono gli strumenti per poterlo gestire, degli enti preposti a livello regionale e nazionale per il controllo che tra l’altro diffondono il bollettino valanghe. Poi ci sono gli studi e le ricerche su questi eventi complessi, grazie ai quali si cerca di contribuire alla conoscenza e alla comprensione dei meccanismi che sono alla base, per esempio, di un distacco». Il ricercatore ha poi ricordato che le masse nevose in caduta esercitano una notevole forza erosiva sul suolo, che viene rimosso e trasportato normalmente sul fondovalle mescolato alla neve. «La quantità di materiale asportato - chiarisce Freppaz - dipende innanzitutto dalle caratteristiche della valanga stessa (dimensioni, umidità della neve), dalla morfologia del territorio (inclinazione, ampiezza del versante) e dalle caratteristiche del suolo e della vegetazione. Le zone di accumulo sono comunque caratterizzate da una maggiore persistenza del manto nevoso - aggiunge il docente - che riduce la durata della stagione vegetativa e altera il ciclo degli elementi del suolo, favorendo lo sviluppo delle specie d’alta quota i cui semi sono stati trasportati verso il basso. Così si originano aree con una elevata biodiversità, che contribuiscono a differenziare in maniera significativa il paesaggio alpino, le cui specificità sono in parte ancora da scoprire». FREPPAZ ha poi riassunto lo stato dell’arte, parlando del punto d’arrivo delle ricerche su questi fenomeni naturali che ogni inverno mietono decine di vittime sull’arco alpino e anche sulla catena appenninica. «La ricerca universitaria su questa tematica ha fatto enormi progressi nell’ultimo decennio - afferma l’esperto -, però la materia è talmente complessa che, onestamente pur avendo raggiunto ottimi risultati, il percorso è ancora molto lungo. Già di per sé è complessa la neve, e quando interagisce con l’orografia del territorio innescando le valanghe - conclude Freppaz -, la complessità aumenta in modo esponenziale».

L.FEBB.
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