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17.05.2020

«Stefana», una storia industriale a processo

L’ingresso della ex Stefana di Nave poi rilevata dal gruppo Duferco
L’ingresso della ex Stefana di Nave poi rilevata dal gruppo Duferco

L’indagine era partita nel 2015, per poi passare dalle mani di quattro pm della Procura di Brescia prima di arrivare in Tribunale. L’aveva fatta scattare la denuncia dei proprietari della Al.Fa laminati srl e della Sae Flex srl di Corte Franca, colpiti da un presunto raggiro della Stefana spa, l’acciaieria di Nave affossata da un crac da 130 milioni e in liquidazione dall’autunno 2017. Le due aziende della Franciacorta avevano effettuato forniture alla Stefana nel 2014 per 1,6 milioni (in due tranche: una da un milione e 566mila euro e l’altra da 76.662 euro). Forniture mai pagate, perché il 31 dicembre di quello stesso anno il gruppo di Nave aveva depositato in Tribunale l’istanza di ammissione al concordato preventivo. A differenza di altri creditori, la proprietà delle due realtà di Corte Franca non ha aderito al concordato; perché riteneva e ritiene responsabile del raggiro l’intero consiglio di amministrazione della Stefana, che martedì sarà in Tribunale a Brescia per la prima udienza del processo in cui i membri sono accusati, a vario titolo, di insolvenza fraudolenta, false informazioni in merito al concordato preventivo, omesso pagamento dei contributi previdenziali ai dipendenti e false fatture. Sette le persone rinviate a giudizio dal gup Elena Stefana: l’ex presidente della spa Giacomo Ghidini e i consiglieri Pieralberto Ghidini, Quinto e Giulio Stefana. Con loro anche Diego e Matteo Gregorini insieme ad Annamaria Basile. Secondo gli inquirenti, gli ultimi tre (legali rappresentanti di altrettante società coinvolte nella vicenda) avrebbero emesso a favore dell’acciaieria due milioni di fatture (400mila euro di Iva) per evadere il Fisco. La posizione più delicata sembrerebbe quella dell’ex presidente. Secondo la Procura l’imprenditore e gli altri consiglieri avrebbero «...allegato all’istanza di ammissione fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società per essere ammessi al concordato e ottenere un ingiusto profitto». GHIDINI e il cda «...avrebbero dissimulato lo stato di insolvenza mediante anomale svalutazioni dei crediti commerciali e anomali accantonamenti ai fondi rischi». Per l’accusa vale come esempio il fondo rischi, quantificato in 30mila euro a fronte invece dei quasi 26 milioni iscritti a bilancio. A Giacomo Ghidini, inoltre, la Procura contesta il fatto di aver registrato nelle dichiarazioni dei redditi dal 2011 al 2014 circa due milioni di fatture per operazioni inesistenti, questo per far figurare passivi fittizi, e di aver dichiarato attivi inferiori per 40 milioni. Infine, non avrebbe versato nel 2013 ritenute previdenziali all’Inps per 104.600 euro e all’Inail per altri 9.665. Bissando nel 2014 con -82.636 euro all’Inps e -12.726 all’Inail. •

Paolo Cittadini
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