L'INTERVISTA

Michela Marzano : «Nuova grammatica affettiva contro la cultura dello stupro»

di Marta Giansanti
La filosofa e scrittrice: «Siamo figli della cultura patriarcale. Dobbiamo partire dalle fondamenta rimettendo al centro di tutto il consenso e la libertà individuale, in un mondo in cui la donna ha finalmente voce»
Sotto la Loggia L’installazione di scarpette rosse dell’associazione Maddalina, simbolo della lotta alla violenza di genere, inaugurata nella Giornata del 25 novembre. Nel riquadro, Michela Marzano
Sotto la Loggia L’installazione di scarpette rosse dell’associazione Maddalina, simbolo della lotta alla violenza di genere, inaugurata nella Giornata del 25 novembre. Nel riquadro, Michela Marzano
Sotto la Loggia L’installazione di scarpette rosse dell’associazione Maddalina, simbolo della lotta alla violenza di genere, inaugurata nella Giornata del 25 novembre. Nel riquadro, Michela Marzano
Sotto la Loggia L’installazione di scarpette rosse dell’associazione Maddalina, simbolo della lotta alla violenza di genere, inaugurata nella Giornata del 25 novembre. Nel riquadro, Michela Marzano

Tutto gira attorno al consenso, a quel complesso processo nascosto dietro a mille sfumature che presuppongono la libertà individuale. Libertà di potersi sottrarre in qualsiasi momento, senza aver paura o vergogna, senza doversi sentire in colpa.

Michela Marzano, filosofa, scrittrice e docente universitaria, nel suo ultimo romanzo «Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa» (edito da Rizzoli), parte proprio da qui, dal consenso «annullato per secoli nelle donne, una cancellazione che diventa parte strutturale della cultura dello stupro in cui oggi ci troviamo immersi ma che è parte di un’eredità che viene da lontano».

È la cultura patriarcale che l’Italia fa fatica a scrollarsi di dosso?

Si tratta di un accumulo di stereotipi, un vizio culturale fortemente radicato e che formalizzano l’essere maschio nella costrizione e prevaricazione dell’altro sesso. E, dall’altro lato, c’è la donna cresciuta nell'idea che debba accettare, sottomettersi e cedere. La cultura dello stupro rappresenta proprio quel continuum che parte dal catcalling per arrivare al femminicidio passando per le molestie e gli stupri.

Come riuscire ad affrontare questa condizione fino a rinnegarla definitivamente?
Dobbiamo partire dalle fondamenta, dal distruggere le asimmetrie che caratterizzano le relazioni tramandate da generazioni, demolendo per poi ricostruire la grammatica delle relazioni affettive mettendo al centro di tutto il consenso e la libertà individuale, in un mondo in cui la donna ha finalmente voce.

Il #MeToo e la rivoluzione culturale

Mettere in campo una rivoluzione culturale.
Nel 2017 tante donne hanno dato vita al movimento #MeToo, raccontando di molestie, umiliazioni, stupri subiti. Lo hanno fatto pubblicamente. Peccato però che questo processo di legittimazione non abbia portato a quella rivoluzione culturale di cui avevamo e abbiamo tuttora bisogno. Credo che sia davvero arrivato quel momento.

Da dove partire?
Da punti diversi di una stessa storia che presuppongono la consapevolezza di cosa realmente sia la cultura dello stupro, del perché ancora esiste, del perché le donne ancora subiscono mentre gli uomini aggrediscono. Dopodiché dobbiamo fare in modo che bambine, ragazze e donne prendano reale coscienza del proprio valore, che di certo non dipende né dallo sguardo né dalle parole di un uomo, e allo stesso tempo dobbiamo fare in modo che la sfera maschile prenda consapevolezza del valore delle donne.

Secondo un’indagine un ragazzo su quattro minimizza la violenza di genere
Siamo figli di una cultura patriarcale secolare e finché avremo giornalisti che dicono alle ragazze di stare attente al lupo o politici che le invitano ad avere la testa sulle spalle, colpevolizzando sempre e comunque la donna, ci saranno ragazzi che minimizzeranno quanto accade. Noi adulti dovremmo dare il buon esempio e avere un linguaggio appropriato.

C’è chi invoca l’educazione sentimentale e sessuale a scuola. Lei cosa ne pensa?
Prima di tutto dovremmo formare i formatori, solo così si potranno educare le nuove generazioni al consenso e al rispetto. Il dialogo è un tassello fondamentale così come il raccontare ed ascoltare esperienze di vita. È importante e necessario invocare leggi punitive ma non è sufficiente. La legislatura deve camminare di pari passo con la protezione delle vittime e la prevenzione della violenza.  

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