I nodi della vita secondo Salvatti Il mantra: resistere

Lo sciupo del cogito è roba nostra, verghianamente legata a quest'èra – di sciamannati verbali e sciamani esclamativi.«Ci tenevo a precisare» (Sugarco Edizioni) dirotta sullo scivolo gli scimuniti degli scimmiottamenti intellettuali, aspettandoli a fine corsa – frastornati, terga a terra – con un motto-lecca-lecca: «Pensateci, oggi non si pensa più». Costui in piedi a lor seduti è Matteo Salvatti, brescian giornalista (e storico, e scrittore, ed editore) che rialza gli zombie 3.0 mettendo dei gran puntini sulle «i» della fallace iconoclastia odierna. Il volume, che ha pure l’endorsement di Massimo Gramellini (ha incitato all’acquisto via social), sottotitola così: «Uno sguardo non scontato sulle cose della vita». E può essere un gioco, che diverte alla Pascal, sicuramente una zenko (la buona azione del saggio), sopra a tutto un metodo, per tornare a usare la materia grigia in tempi grigissimi. Il criterio dell'autore principia con l'indice, dove divide le speculazioni più introspettive («Tra me e me») da quelle allo spioncino («Tra me e gli altri»), e da ulteriori grandangoli («Tra gli altri e gli altri»). Un'elencazione di temi e crivelli, ne risulta, molto vicina alla matassa dell'inesplorato, della tautologia, dell'«è nato prima l'uovo o la gallina» Salvatti non pare uomo che abbandoni il paradosso alla sua sorte solinga per farsi 'na bira; lui sventra i «perché», cauterizza i «come», tramite criminalissima maieutica: armato. Di «grandi pensatori, scrittori, uomini e donne che, lungo l’arco della storia, si sono imbattuti in quei crucci, dilemmi, perplessità, punti interrogativi che costellano anche noi oggi». Che deriva han preso i ritmi circadiani? Dov'è finita «la pizza delle sette e mezza»? E il cinemino delle venti e trenta? La notte fa parte del giorno, o lo detesta? Domande da porsi mentre (non) si gioca (più) a carte; meditando sul pi greco della gomma che sovrasta la matita e impone piccolissimi errori; avvinando l'estetica del gusto, senza sapore per i troppi ritocchi dall'estetista. «C’è chi non crede a niente, chi a tutto, chi a tutto di qualcosa e chi a qualcosa di qualcosa», scrive. Sospettoso di coloro i quali parlano per citazioni, di quelli che crescono a latte e cartoons telepromozionali, di chi non sa fischiare o se ne infischia dell'istintuale, nostrano, «de 'ndo set». Il catalogo delle povertà anticipa il carosello delle finzioni, che alterna sovraesposizione e segretezza di un io impazzito: prima nudità e poi tabarro. Cartelli e coccarde diventano norma espressiva e comprensiva dello spazio, dispoticamente ma paritariamente. Infine fruga, nell'immondizia: «Parla della nostra mancanza di immaginazione», dice lo scrittore dalla foce della discarica, quasi-quasi in fondo al mar. «Congestionato di dati senza spesso avere né il tempo né gli stimoli per riuscire a leggerli in una chiave valoriale», l'uomo del Duemila applica spesso «la sospensione di giudizio, l'astensione». Se contro il logorio della vita moderna ci si proponeva un fluttino di Cynar, Salvatti invita a resistere, a rimaner lucidi per brindare dopo, dinnanzi ai bòtti della ragione – furiosamente liberata.•. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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