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Il Giappone magico di Kore’eda. Dentro le pentole di «Makanai»

di Luca Canini
La vita segreta delle maiko, le aspiranti geishe, due giovani novizie e l'arte della cucina. Un capolavoro che commuove con la forza delle immagini e l'amore per i personaggi
Nana Mori (Kiyo) e Natsuki Deguchi (Sumire), le due protagoniste della serie «Makanai» di Hirokazu Kore’eda
Nana Mori (Kiyo) e Natsuki Deguchi (Sumire), le due protagoniste della serie «Makanai» di Hirokazu Kore’eda
Nana Mori (Kiyo) e Natsuki Deguchi (Sumire), le due protagoniste della serie «Makanai» di Hirokazu Kore’eda
Nana Mori (Kiyo) e Natsuki Deguchi (Sumire), le due protagoniste della serie «Makanai» di Hirokazu Kore’eda

Arriva dal Giappone il primo, vero capolavoro del nuovo anno e non si tratta di un film ma di una serie targata Netflix. Anche se la firma su «Makanai», adattamento in nove episodi di un manga di grande successo, è di quelle che fanno un certo effetto: Hirokazu Kore’eda, frequentatore abituale della Mostra del Cinema di Venezia dai tempi di «Maborosi», debutto sulla lunga distanza datato 1995, premio della giuria a Cannes con «Father and Son» e Palma d’Oro con «Un affare di famiglia», in corsa anche per l’Oscar come miglior film straniero nel 2019 (l’anno di «Roma» di Alfonso Cuarón). Insomma, un autore a tutto tondo, riverito e consacrato dopo essersi fatto un nome dalle parti di Tokyo e di Seoul come erede privilegiato della lezione del maestro Yasujiro Ozu.

Sua la firma pesante e preziosa su «Makanai», j-drama distribuito in questi giorni anche in Italia dopo che già nel 2020 dallo stesso manga era stato tratto un bellissimo anime («Kiyo in Kyoto», lo trovate sulla piattaforma Crunchyroll). Non è la prima volta a dire il vero che Kore’eda, uomo di cinema vorace e onnivoro come pochi, documentarista, scrittore e sperimentatore per vocazione, si mette alla prova con il formato serie, ma mai in passato gli esiti dell’incontro con il piccolo schermo erano stati così peculiari e felici, così emozionanti.

Ma andiamo con ordine. Iniziando con il dire che siamo a Kyoto, nel cuore antico della città imperiale: il quartiere che ancora oggi ospita le okiya, ovvero le case comuni nelle quali vivono le novizie, le aspiranti geishe (maiko) e le geishe vere e proprie (geiko). Una comunità tutta al femminile (o quasi) basata su una rigida struttura gerarchica e su regole ferree: niente cellulare, niente computer, niente uscite e visite, obbedienza assoluta. Al vertice una o più madri-istitutrici, mentre tra di loro le inquiline si chiamano sorelle.

È in una delle okiya di Kyoto che le adolescenti Kiyo e Sumire sono arrivate dalla città natale di Aomori per intraprendere la difficile strada del noviziato, pronte a rinunciare a tutto pur di inseguire il loro sogno. Il destino però ha in serbo qualcosa di diverso per Kiyo, che a fronte dell’evidente mancanza di talento, e dall’alto delle straordinarie doti di cuoca ereditate dalla nonna, si ritrova a ricoprire il ruolo della makanai, ovvero la responsabile dei pasti delle maiko. Quello che accade attorno ai fornelli e dentro alle pentole di Kiyo (interpretata da una fantastica Nana Mori) è dunque il vero fulcro della serie, con i piatti preparati pasto dopo pasto che scandiscono il ritmo a fuoco lento di una serie semplicemente deliziosa.

Un saggio di grazia ed eleganza che arriva dritto al cuore grazie alle affettuose cure che Kore’eda riserva ai personaggi, alle ambientazioni, a ogni singolo dettaglio; grazie a una fotografia luminosa e commovente, a una regia precisa eppure fantasiosa, a tratti persino irriverente, a un plot esile che lega i destini incerti delle protagoniste ma non solo.

C’è tutto il Kore’eda che abbiamo imparato ad amare tra le pieghe di carta di riso di «Makanai»: c’è il tema della famiglia come istituzione basata sulla solidarietà e sulla prossimità affettiva più che sul sangue, questione affrontata scegliendo ancora una volta un punto di vista inconsueto, quello dell’okiya; c’è l’insopprimibile fascinazione per il cibo e per la cucina, per la dedizione alle tradizioni, ai sapori antichi, per l’arte di prendersi cura a tavola di chi ci sta intorno, per il rito collettivo del consumare i pasti con coloro ai quali siamo in qualche modo legati (come in «Little Sister» o «Still Walking»); c’è la magia del grande cinema inteso come arte dello stupire, con alcune trovate che lasciano letteralmente a bocca spalancata (compreso un improbabile omaggio a George A. Romero e a «Night of the Living Dead»).

Il tutto proiettato sullo sfondo di un Giappone di una bellezza accecante, tra costumi, acconciature, danze, ornamenti, colori e volti. Si dice che le serie stiano uccidendo l’occhio dello spettatore moderno, disabituandolo alla purezza delle immagini. Kore’eda dimostra che al di là dei format sono sempre la qualità delle idee e la mano di chi le porta sullo schermo a tracciare il confine tra il niente e il tutto.•. © RIPRODUZIONE RISERVATA