«Volevo sedermi alla tavola di re Artù Ci sono riuscito»

Gotti impegnato in un combattimento di spada a due mani. È console onorario della repubblica di Bielorussia per il Nord ItaliaRoberto Gotti, 45 anni: maestro di arti marziali storicheIn compagnia della famiglia: la moglie Linda, i figli Anna e MicheleLa sala del museo-laboratorio: armi storiche e manoscritti di pregio
Gotti impegnato in un combattimento di spada a due mani. È console onorario della repubblica di Bielorussia per il Nord ItaliaRoberto Gotti, 45 anni: maestro di arti marziali storicheIn compagnia della famiglia: la moglie Linda, i figli Anna e MicheleLa sala del museo-laboratorio: armi storiche e manoscritti di pregio
Gotti impegnato in un combattimento di spada a due mani. È console onorario della repubblica di Bielorussia per il Nord ItaliaRoberto Gotti, 45 anni: maestro di arti marziali storicheIn compagnia della famiglia: la moglie Linda, i figli Anna e MicheleLa sala del museo-laboratorio: armi storiche e manoscritti di pregio
Gotti impegnato in un combattimento di spada a due mani. È console onorario della repubblica di Bielorussia per il Nord ItaliaRoberto Gotti, 45 anni: maestro di arti marziali storicheIn compagnia della famiglia: la moglie Linda, i figli Anna e MicheleLa sala del museo-laboratorio: armi storiche e manoscritti di pregio

Nel suo piccolo mondo tutto è collegato, tutto ha un senso. Forse per questo il suo mondo non è poi tanto piccolo. Già i muri parlano, a Botticino. I poster alle pareti: «Braveheart», «Highlander». Ma anche Bud Spencer. Fierezza e ironia, solennità e freschezza, sport e cultura. Roberto Gotti indossa senza giacca e cravatta un’ampiezza di vedute made in Arnaldo (il liceo classico: «Semplicemente fondamentale»). Moltiplica i ruoli come carte dai diversi colori di un unico mazzo: la passione per le arti marziali diventata anche collezione di armi, elmi e manoscritti antichi; il museo di lame d’autore e la scuola di scherma; un tempio dedicato alle spade storiche occidentali, a una tradizione radicata nelle valli bresciane, un luogo battente anche bandiera rossa, verde e un po’ bianca. «Sono stato formato dalla diplomazia della Bielorussia», spiega da console onorario per il Nord Italia. «Avevo aperto un’azienda con un computer in camera mia e un fatturato di pochi milioni di vecchie lire, ma avevo incontrato persone bielorusse di valore quando ero magazziniere per la ditta di mio padre e ho deciso di lavorare con la loro patria. La mia sarà comunque sempre l’Italia, ma i legami umani e professionali stabiliti nel tempo mi hanno dato tanto». Tre anni fa, all’inaugurazione del suo piccolo grande mondo, erano presenti l’ambasciatore bielorusso in Italia Aleksandr Guryanov e l’ex campionessa sovietica Elena Belova, 4 medaglie olimpiche nella scherma ai Giochi di Città del Messico (’68), Monaco (’72) e Montréal (’76): «Auguriamo al nostro amico di valorizzare questa location come regno delle tradizioni marziali rendendola al tempo stesso un centro sempre più importante per la raccolta degli atleti», avevano detto. Una missione applaudita anche dal Coni per voce del vice presidente Giorgio Scarso, già vice presidente della Federazione internazionale di scherma, davanti a «una sala moderna unita a contorni museali: un connubio perfetto in grado di far risaltare un percorso storico affascinante lungo secoli». Il cultore bresciano di arti marziali antiche che insegna e pratica nella sua palestra-museo ha scritto un libro, «Il trattato dietro ai trattati. La sfera dinamica: il terzo stato dell’uomo vitruviano». Una parte è stata tradotta in inglese per il suo intervento al Festival della cultura immateriale di Hong Kong, in programma dall’11 dicembre. Gotti farà una dimostrazione in 3D e una conferenza. «I testi dei Maestri di scherma, dell’arte di Marte... sono le inferriate di una finestra che lasciano vedere fuori, ma al contempo non lasciano uscire. Era necessario farsi piccoli, passare attraverso i pertugi, per trovarsi in un oltre», dice spiegando la sua scelta di realizzare «un libro arrivato dal cuore». Cosa le sta a cuore più di tutto, nei suoi progetti? Una rivoluzione culturale: attraverso lo sport facciamo tornare in vita oggetti morti. Per questa arte che amo provo una sorta di vocazione. Solo la follia e la sregolatezza mi hanno permesso di dedicarmici ogni giorno tra lavoro e diplomazia, famiglia e collezionismo. Avevo come bagaglio una vita spesa tra musei, castelli e botteghe di antiquariato, avevo le lezioni di kendo e di aikido di grandi maestri che amo ricordare, Livio Lancini e Francesco Musatti, avevo il rugby e lo sci, avevo alcune fotografie di scuole di arti marziali cinesi e giapponesi, comunità sedute a tavola. Volevo prima di tutto quella tavola di rispetto e dignità dove far sedere non una persona ma una comunità dimenticata: quella dei miei eroi, i legionari e il cavaliere medievale, i greci dell’Iliade e dell’Odissea, Artù con i suoi cavalieri. Le spade occidentali erano poco apprezzate, l’uomo d’armi europeo considerato rozzo e impreparato: ho speso la mia vita dimostrando il contrario, supportando studi e tesi universitarie di archeo-metallurgia e forgiando uomini che sapessero compiere gesti bellissimi nel rispetto dei testi antichi. Come me altri nel mondo. Mi auguro che ci sia ancora molto da capire, da affinare, in questo viaggio che ora vede la mia scuola camminare al fianco di quelle orientali e occidentali di grande tradizione. La tradizione che sente più sua? Quella che mi appartiene: la terra in cui vivo. Sono nato a Brescia il 31 gennaio 1975, cresciuto qui fra città, montagna e compagna. Madre insegnante e poi commercialista, padre dipendente per un certo periodo e poi imprenditore, commerciante. Mauro e Paola: sono loro figlio, figlio unico. Chi o cosa l’ha avviata lungo la strada che sta percorrendo? Il mio amatissimo liceo Arnaldo. Iniziai a frequentare il classico dopo aver ricevuto i rudimenti di latino e greco dalla maestra Anna Gragnani (e mia figlia si chiama Anna). Tailleur Chanel, rossetto rosso fuoco sul bordo del suo bicchiere di distillato scozzese, più che altro mi insegnava Montale e Quasimodo. Dopo le superiori volevo fare archeologia mantenendomi ad Atene, ma mia madre mi ha convinto: «O economia o giurisprudenza». Ho fatto giurisprudenza a Brescia: finito tutti gli esami, mai dato la tesi. Già lavoravo da mio padre, già avevo l’idea di questa scuola. Aiutavo un amico che faceva l’antiquario. Avevo iniziato a collaborare con un uomo straordinario, Franco Masserdotti, al bar University di contrada Pozzo dell’Olmo. Poi è nata la Dismas Trading. Azienda che rappresenta Byelorussian Steel Works sul mercato italiano «per le vendite di tubi, chiodi, prodotti lunghi, filo e altri prodotti in acciaio». Una mia creatura, un sogno realizzato come quello che avevo da piccolo quando mi domandavo se mi sarei mai seduto alla stessa tavola di re Artù. Ora a 45 anni torno indietro spesso dal bambino debole, fragile, insicuro che ero per dargli una pacca sulla spalla e dirgli «ce l’hai fatta». Ha tanti compagni di viaggio. A Botticino ci sono il museo e il centro federale, il laboratorio e la scuola di scherma agonistica e storica. I gesti, le anime dei ragazzi sono una lezione costante. La collaborazione delle istituzioni, da Brescia Musei alla Sovrintendenza, dai Carabinieri alla Questura, non è mai venuta meno. Così abbiamo organizzato più di 100 mostre, come a Minsk nel 2019 quando per i Giochi europei organizzati dai comitati olimpici abbiamo spostato 817 oggetti e 250 ragazzi si sono mossi a spese loro per esserci. Qui nascono progetti e si respira la storia. È un laboratorio-museo perché c’è la spada del ’600 firmata da uno Stefana a Caino, ma anche quella del 2019 rifatta da noi con l’università di Brescia sotto il maglio idraulico di Bienno sulla scorta di due tesi di laurea. Com’è nata l’idea della scuola Opera Nova? È il frutto di una comunione di intenti fra alcune sale e praticanti di arti marziali storiche europee sparsi per l’Italia. L’obiettivo comune è approfondire lo studio degli antichi trattati di scherma rinascimentale e del periodo barocco italiano, a partire dall’Opera Nova di Achille Marozzo del 1536. Noi, dopo vent’anni spesi ad allenarci nei boschi, nel 2015 siamo scesi in una palestra a San Zeno dove è iniziato il rapporto col grande maestro Attilio Calatroni, che oggi insegna qui a Botticino. Abbiamo costruito tutto in 6 mesi, palestra, laboratorio e museo. Abbiamo basi a Torino, Vercelli, Milano, Roma. La nostra palestra è frequentata da un paio di centinaia di persone, ma siamo più un movimento culturale. Primo campionato nel 2016: spada a due mani, ho vinto io nel tempio di Adriano a Roma. Negli anni successivi si sono imposte diverse generazioni di allievi di questa scuola. Da dove trae tanta energia? Da casa mia. Ho la grande fortuna di vivere nello stesso pezzo di terra con i miei genitori, mia moglie Linda, i miei figli Anna di 12 anni e Michele di 10. La sua materia preferita a scuola? Storia. E letteratura inglese: me la fece amare la professoressa Gatti. Le persone fanno la differenza. Che musica ascolta? Sempre qualcosa che mi dia la carica. Van de Sfroos, ma anche Guccini. Gli Skunk Anansie, ma anche Ligabue. Al cinema solo arti marziali? No, ma soprattutto. Ho un cartellone per ogni film che ne parla. E mi sento in debito verso lo spirito guerriero di Mel Gibson.