Bianchi, passione
e rigore di
un vincente

Il celebre gol di Ottavio Bianchi in tuffo in Brescia-Verona 2-0 del 23 maggio 1965: a fine stagione i biancazzurri saranno promossi in ABianchi (a destra) con Cecco Lamberti e Dino Busi nel BresciaOttavio Bianchi con Diego Armando Maradona ai tempi del NapoliCon la maglia del Brescia ha giocato dal ’60 al ’66: 97 gare e 18 golBianchi con Gigi Riva, suo compagno nel Cagliari ’74-75Bianchi premiato con la Panchina d’oro in Loggia da Azeglio Vicini
Il celebre gol di Ottavio Bianchi in tuffo in Brescia-Verona 2-0 del 23 maggio 1965: a fine stagione i biancazzurri saranno promossi in ABianchi (a destra) con Cecco Lamberti e Dino Busi nel BresciaOttavio Bianchi con Diego Armando Maradona ai tempi del NapoliCon la maglia del Brescia ha giocato dal ’60 al ’66: 97 gare e 18 golBianchi con Gigi Riva, suo compagno nel Cagliari ’74-75Bianchi premiato con la Panchina d’oro in Loggia da Azeglio Vicini

Ottavio Bianchi domani compie 75 anni, «e se sono qui a parlare di calcio in salute e soprattutto in pace, non posso che benedirla, questa lunghissima vita». Bianchi, nato a Brescia il 6 ottobre 1943, è l’allenatore del primo scudetto del Napoli, stagione ’86-87, «una scia vincente partita dal successo a Mompiano con un gol di Maradona». Per i bresciani è altro: «Sono nato e cresciuto a Borgo Trento e ricordo bene Cristo Re con don Nicola, un grande sacerdote. L’oratorio è stata una scuola di vita, si giocava solo a pallone anche quando pioveva. Era un polo di aggregazione non indifferente». Un tempo gli oratori di Brescia alla domenica organizzavano i tornei e facevano a gara per ingaggiare i più bravi: «A 12-13 anni ero sulla bocca di tutti - ricorda Bianchi -. A fine stagione giocavo anche 2-3 partite a sera. La condizione, naturalmente, era partecipare alla Messa: non mancavo. Andavo da una parte all’altra della città in motorino, orgoglioso di essere la stella contesa da tutti». A 13 anni partecipa a una leva calcistica del Brescia, che lo tessera: «L’allenatore era un ungherese, Nesky. Allora andava di moda la scuola danubiana, basata molto sulla tecnica individuale. E gli allenamenti miravano proprio a migliorare i fondamentali. Si creavano giocatori, non polli di batteria». Il primo ruolo di Bianchi è il centravanti alla Hideguti, dal nome del giocatore che, nella grande Ungheria degli anni ’50 (quella di Puskas), agiva come un «falso nueve» ante litteram: «Oggi si chiama così, una volta si diceva centravanti arretrato». BIANCHI debutta con i grandi a 17 anni e mezzo, il 16 aprile 1961, in Brescia-Parma, ma il destino gli gioca uno scherzo non da poco: «Mi ruppi il ginocchio e allora, solo con il menisco, si rischiava il ritiro. Ebbi la fortuna di trovare persone che mi curarono con calma, senza fretta, soprattutto senza necessità di ricorrere ai ferri del chirurgo. Guarii e tornai più forte di prima». Bianchi, nel frattempo, passa mediano. Lo valorizza Renato Gei, «uno che allora aveva la rivoluzione in testa e il cui motto, “laurà, laurà, laurà”, ho fatto mio quando sono diventato allenatore». Il suo primo presidente è stato Carlino Beretta: «Una persona e un dirigente di spessore. Mi domando come mai a Brescia, nonostante le possibilità economiche enormi, non si riesca a fare una squadra stabilmente tra le grandi, soprattutto una società guidata da un bresciano. La spiegazione è anche nella differenza del sentimento dei bergamaschi e dei bresciani nei confronti della squadra della loro città. Io che vivo a Bergamo so benissimo che qui viene l’Atalanta prima di tutto il resto, poi semmai la Juve, l’Inter, il Milan. A Brescia no: spesso il Brescia è la seconda squadra, a parte quei fedelissimi che ancora frequentano il Rigamonti, e c’è da chiamarli eroi perché già ai miei tempi mi chiedevo come si poteva frequentare uno stadio così brutto. Incredibile che ci sia ancora». Quando Bianchi indossava la «V» bianca (dal ’60 al ’66: 97 presenze e 18 reti), spesso il Rigamonti era pienissimo: «Il bresciano ha bisogno del risultato per riempire lo stadio, non viene a prescindere dalla categoria. Nel ’63 in B, partimmo da -7. Perdemmo la prima a Varese per 4-0, poi restammo imbattuti per 17 giornate. Che squadra: c’erano De Paoli sempre in doppia cifra, Brotto in porta, Fumagalli, Rizzolini e Vasini. E Azeglio Vicini. Una rosa giovane, molto bresciana, che con la guida illuminata di Gei arrivò a un passo dalla promozione in A: senza la penalizzazione ce l’avremmo fatta. La conquistammo l’anno dopo». DOPO IL BRESCIA, Bianchi ha giocato con Napoli («4 anni con Sivori: che esperienza!»), 2 con l’Atalanta, uno nel Milan e uno nel Cagliari («Al fianco di Rivera e Riva, campioni veri») e il biennio conclusivo alla Spal, dal ’75 al ’77. Da allenatore l’esperienza più significativa è al Napoli, dall’85 all’89 con il primo scudetto della storia partenopea, una Coppa Italia e la Coppa Uefa dell’88-89. Quel periodo è legato soprattutto a Maradona: «La vera fortuna di allenarlo? Le cose che voi vedevate in televisione, lui le faceva tutti i giorni in allenamento, compresi i gol con la mano». Chi ha vissuto i tempi di Maradona scansa i paragoni con i campioni di oggi: «Ma si può dire chi è più bravo tra Beethoven, Debussy e Chopin? O tra Matisse, Monet o Manet? Lo stesso vale per il calcio. Uno dei fattori che rendono il calcio il gioco più bello del mondo è che, a ogni epoca, ci sono campioni da godere. Io mi sono goduto Maradona, ho giocato contro Pelè e Cruijff e adesso, in Tv, stravedo per Messi e CR7». Chissà, però, la nostalgia nel rivedersi con il divino Diego: «In casa mia ho una sola foto di calcio: quella del mio gol in tuffo di testa nel derby Brescia-Verona del ’65. Un’immagine che ha vinto premi in tutto il mondo. Me la regalò l’autore, il fotografo Orioli, all’oratorio di Cristo Re». Alla fine si torna sempre alle origini. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Vincenzo Corbetta

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