«I miei 50 anni a
tutto gol e con
Brescia nel cuore»

I 50 anni di Hubner

Cinquant’anni. E sembra ieri, quando sfondava le reti con i suoi tiri impossibili. Cinquant’anni da bomber, in tutte le categorie. Cinquant’anni oggi. E probabilmente farebbe gol anche oggi, appunto, all’età che ha e contro chiunque, Dario Hubner. Uno che faceva l’operaio e giocava per diletto, ma un giorno si è ritrovato capocannoniere in Serie A. Uno che è stato simbolo del Cesena, re a Piacenza, ma da queste parti sarà sempre SuperDario.

Il bisonte di Muggia bresciano d’adozione, visto che in biancazzurro ha fatto di tutto: ha incantato San Siro ed è retrocesso, è stato promosso e si è salvato con Baggio & Pirlo. E, dall’inizio alla fine, ha segnato sempre. In tutti i modi. E tanto: 75 reti in 129 partite, una media da urlo.

«Cinquant’anni… Non mi posso lamentare - sorride -. Sono stato fortunato, direi».

Che regalo si fa Dario Hubner per questo mezzo secolo di vita?

Ma niente… Nessuna festa, nessun regalo particolare.

È sempre stato un fan del basso profilo.

Massì… Domani uscirò con gli amici a mangiare. Come ogni sabato.

Con cosa vuol pranzare, per il compleanno?

Solito: ho voglia di risotto, di tagliata. Vado matto per la carne, per le bistecche.

Si ricorda il primo compleanno da calciatore?

A Muggia, con mio fratello: giocavamo a calcio tutto il giorno, come sempre. Ma non bado tanto al mio compleanno, penso più a quello dei miei figli, Michela che ha 26 anni ed è nata il 17 febbraio, e Marco che ne ha 17 ed è nato il 10 ottobre. I loro non me li dimentico.

Sembra ieri, che Tal Banin le portava un regalo per il neonato Marco ad Erbusco, prima di un allenamento…

Me lo ricordo bene. Caro amico, Tal. Grazie a Facebook siamo in costante contatto.

Il peggior compleanno?

Avevo appena compiuto 31 anni quando con il Brescia andammo ad affrontare la Fiorentina. Trasferta decisiva per la salvezza.

Era la Fiorentina di Batistuta, che fece doppietta. Ferrario chiuso fuori dal ritiro e Salvi allenatore con Bacconi, Hubner in panchina per scelta tecnica nel primo tempo, finito 4-0, e dentro nella ripresa. Finì 5-1, lei fece gol e sembrava voler spaccare tutto.

Brutta annata, retrocedemmo. Ricordo di aver segnato e calciato via al volo il pallone, ma non volevo indirizzarlo verso la panchina… È un ricordo che fa ancora male.

L’allenatore che le ha insegnato di più?

Tanti quelli da ricordare, Novellino, Sonetti, Salvemini, Bolchi… Ma direi Guidolin, per gli insegnamenti ricevuti. Avevo 21 anni, mi ha dato lui le prime indicazioni utili tatticamente. Non ero abituato ai movimenti, giocavo tutto d’istinto. Esterno destro. Anche a Cesena, nei primi 2 anni, il centravanti era Lerda. Il fatto è che io da giovane correvo, avevo forza. I piedi erano grezzi, ma ho cominciato a fare sul serio a vent’anni! Se a 15 fossi stato negli Allievi del Brescia, avrei disputato qualche campionato in più in A. Ma è anche vero che se non fossi andato a giocare nella rappresentativa di Prima categoria e non mi avesse visto il direttore del Treviso, Zambianchi, non staremmo qui a parlare.

Come fu scoperto Hubner?

Facevamo un torneo, con la selezione, a Treviso. Zambianchi volle portarmi in ritiro. Mi licenziai da operaio, il Treviso giocava in C2. Potevo diventare professionista. Alla fine del ritiro l’allenatore del Treviso mi disse: “Noi ti terremmo, ma giocheresti poco. Ti vuole la Pievigina, l’allenatore ti ha visto nell’amichevole che abbiamo giocato contro di loro e gli piaci. Ci stai?”. Si trattava di Interregionale. Dissi di sì, ovvio. La mia settimana era così: stavo in ritiro e dormivo con i giocatori del Treviso, poi andavo ad allenarmi con la Pievigina insieme al portiere Pizzolon, che era in prestito là e mi portava in auto visto che non avevo la patente. Quel Treviso fallì, Zambianchi andò al Pergocrema e mi volle con sé. Di lì il Fano e tutto il resto.

Il compagno più forte con cui ha giocato è Roberto Baggio?

Baggio è Baggio, ma non era al top nel mio ultimo anno a Brescia. Il più forte con cui ho giocato è stato Andrea Pirlo. Un fuoriclasse.

L’avversario più duro?

Nesta. Talmente bravo… Mi anticipava senza che me ne accorgessi.

La partita più bella?

La prima che mi viene in mente, un Brescia-Udinese.

Serie A, 11 febbraio 2001: 3-1, tripletta di Hubner.

Sono triestino, per me era quasi un derby. Una giornata davvero felice.

La giornata più difficile?

La contestazione che ho subìto in ritiro, un’estate. Nata da un equivoco. Volevo rinnovare il contratto e feci un’intervista per stuzzicare il presidente Corioni. Invece se la presero i tifosi, che vennero a tirarmi le uova. Ero abituato a essere il loro idolo, non fu facile accettarlo. Poi tra persone intelligenti ci si capisce. E ci siam capiti, dopo. Ma al momento mi ero sentito male. Io volevo solo restare.

Un aggettivo per Corioni?

Era schietto, tosto, diceva le cose in faccia ma ti voleva bene… Un grande.

Lugaresi, altro suo storico presidente?

Un fenomeno.

Un aggettivo per Cagni?

Testardo, in senso positivo.

E per Mazzone?

Esperto.

Il suo gol più bello?

Quello contro l’Inter, su lancio di Pirlo.

Era il 31 agosto 1997: vinse l’Inter con doppietta di Recoba.

Prima avevo segnato il primo gol in A: stop e conclusione di sinistro con palla nel sette.

Da 1 a 100 quanto si sente bresciano?

Dico 100. Ma mi sento anche romagnolo, piacentino, mantovano. Quando vivo in un posto, mi affeziono.

Il primo risultato di calcio che guarda?

Cerco quelli di Serie B. Mi preoccupo per Brescia e Cesena. Prima eran messe male male. Ora mi sembra si siano tirate su. Possono salvarsi. E io sono contento.

Vede in giro un altro Hubner?

Mi piace Belotti: corre, combatte, è serio, migliora… Ci sono tanti giovani italiani bravi, bisognerebbe dar loro fiducia anziché privilegiare sempre gli stranieri. Conta tanto la testa. Ricordo Bonera: quando fu aggregato alla prima squadra non era speciale, ma aveva voglia, cattiveria, è cresciuto tanto e ha fatto una grande carriera. Nei settori giovanili non bisogna cercare sempre il giocoliere, il talentuoso. Troppo spesso nelle squadre Primavera vedo ragazzi poco determinati, per mentalità sembrano a fine corsa e non all’inizio.

Giocasse oggi, fumerebbe e berrebbe grappa come allora?

Sfatiamo un mito: io fumavo qualche sigaretta e bevevo una grappa, stop, mentre tanti altri fumavano e bevevano, ed è così anche oggi. Io non mi nascondevo, non sono mai stato una figurina. E posso di aver fatto vita da atleta, decisamente molto più di tanti altri.

Nel calcio di oggi quanti gol farebbe?

Senza presunzione, in questa Serie B una trentina.

Fra 10 anni dove sarà?

Adesso sono alle prese con il corso Master. Ho fatto fatica, a rientrare nel calcio. Poche conoscenze. Vorrei un presidente pazzo che la pensasse come me, avesse i miei stessi valori. L’esperienza con il Montichiari mi ha fatto capire come va il calcio di oggi. Vorrei riportare sul campo il calcio in cui credo io, vero, appassionato.

Quando la rivedremo?

Verrò a vedere una partita del Brescia prima della fine del campionato. Con Gigi Cagni, mi sembra il caso…