Lucescu: «Salvo a casa ma con il cuore a Kiev»

di Vincenzo Corbetta
Mircea Lucescu, 76 anni: con il Brescia due promozioni in A nel ’92 e nel ’94
Mircea Lucescu, 76 anni: con il Brescia due promozioni in A nel ’92 e nel ’94
Mircea Lucescu, 76 anni: con il Brescia due promozioni in A nel ’92 e nel ’94
Mircea Lucescu, 76 anni: con il Brescia due promozioni in A nel ’92 e nel ’94

La voce al telefono è provata, nonostante la parlantina sciolta nel suo ottimo italiano. In sottofondo urla di bambini: «Sono i miei nipoti e pronipoti: ne ho 4. Appena hanno saputo, sono venuti qui ad abbracciarmi», e il tono si fa più rilassato. Mircea Lucescu parla dalla sua casa di Bucarest, in Romania, dove è arrivato alle 2 dell’altra notte dopo un viaggio in auto di 20 ore da Kiev. Il cuore gli diceva di restare: «Ma mia moglie Nelly e i miei famigliari, vedendo le immagini in televisione, da giorni mi imploravano di tornare - dice l’ex tecnico del Brescia, ora alla Dinamo Kiev -. L’ho fatto a malincuore, dopo aver parlato con il mio presidente e i giocatori. Sono in contatto permanente con loro, devo trovare il modo di portarli via da Kiev, soprattutto i calciatori con le famiglie al seguito: ci sono anche parecchi bambini. Ormai là non si può più stare». Da uomo di sport a tutto tondo, Lucescu ha cercato di tenere tranquilli tutti alla Dinamo svolgendo il normale programma di lavoro, come se ci fosse la partita di campionato in programma ieri. Ma le manifestazioni sportive sono sospese per un mese: «Abbiamo fatto un ritiro in Spagna e due in Turchia, siamo tornati sabato e ci siamo allenati fino a giovedì. In questi casi il sentimento più difficile da controllare è la paura. Io non ne ho mai avuta». Lucescu, 76 anni, era deciso a restare vicino ai giocatori. Ma le insistenze dei famigliari hanno prevalso: «Al centro sportivo della Dinamo non avevamo la televisione. La Tv ucraina non vuole allarmare la popolazione e non trasmette immagini della guerra. Le informazioni mi arrivavano dai miei cari in Romania e dai tanti amici che ho dappertutto, anche a Brescia. Così mi sono deciso, a malincuore. Ma dovevamo farlo limitando i rischi». Nella notte tra giovedì e venerdì, la decisione di lasciare Kiev nell’unico modo possibile: in auto. Impossibile volare per la chiusura dello spazio aereo. La macchina è quella del moldavo Arcadje Zaporojanu, manager di Lucescu: «Abbiamo viaggiato di notte e nei primi 100 chilometri la velocità non superava i 20 chilometri orari - racconta Lucescu -. L’obiettivo era arrivare al confine con la Moldavia, dove abbiamo trovato una coda di 5 chilometri. Abbiamo allungato la strada, siamo rimasti in macchina quasi un giorno per fare 500 chilometri ma era l’unico modo per evitare rischi». Lucescu ha guidato lo Shakhtar dal 2004 al 2016 e dal 2020 è alla Dinamo Kiev. Conosce bene le qualità degli ucraini: «Sono fieri, attaccati alla loro nazione. Vi posso garantire che combatteranno e resisteranno a lungo». Nella sua carriera in panchina anche una stagione allo Zenit, nel 2016-17: «Il popolo russo, ne sono certo, è contrario alla guerra. Ho visto le immagini delle manifestazioni a Mosca e a San Pietroburgo: questa azione in Ucraina l’hanno decisa i capi, il presidente Putin, non la gente. Spero in una tregua e che la diplomazia faccia quel che deve. Non vedo l’ora di tornare a Kiev e riprendere con la Dinamo anche se non so davvero cosa potrà accadere». Le urla gioiose dei nipotini sono sempre più insistenti: «Ma non dite che sono tornato alla vita, è profondamente sbagliato - la conclusione di Lucescu -. Con la testa e con il cuore sono a Kiev, sono con i miei giocatori e con chi è rimasto là. So che quelli dello Shakhtar (con l’allenatore bresciano Roberto De Zerbi; ndr) han cercato di lasciare l’Ucraina in treno attraverso la Polonia ma non ci sono riusciti. Sono stato più fortunato, ma sono con loro. E con chi è rimasto a Kiev». •. © RIPRODUZIONE RISERVATA