CALCIO FEMMINILE

Clara Gorno: Il Brescia è un bel progetto, lavorerò perché sia sostenuto"

Clara Gorno, nuova presidente del Brescia Femminile e da sempre in prima linea in progetti umanitari con la sua Onlus Dharma
Clara Gorno, nuova presidente del Brescia Femminile e da sempre in prima linea in progetti umanitari con la sua Onlus Dharma

Se Giuseppe Cesari, che ha portato nel Brescia giocatrici di levatura nazionale, definisce la nuova presidente Clara Gorno «un’ottima scelta», allora si tratta di una vera campionessa. Il passaggio di testimone alla presidenza è di qualche giorno fa: per il Brescia si apre una nuova pagina emozionante. Gorno, le sue radici affondano in terra bresciana? Sono nata a Brescia: mia mamma è di Botticino, quando io e mia sorella eravamo piccole ci siamo trasferite in città. A 19 anni sono andata a vivere da sola, studiando e lavorando: un’esperienza che auguro ai miei figli, perché si diventa indipendenti e si imparano molte cose. I miei genitori mi hanno sempre lascito molta libertà: anche per questo è stato naturale viaggiare da sola in Paesi lontani. All’università ha scelto psicomotricità: come mai? Ero portata per le materie psicologiche: mi ci ero avvicinata in prima persona facendo analisi da giovane, un’esperienza che mi ha aiutata e mi ha fatto capire quanto è importante aiutare le persone in questo modo. L’ultimo anno, poi, ho avuto la possibilità di andare in Paraguay per un mese di lavoro e studio. Mi ha cambiato la vita. Racconti. Avevo 22 anni, mi ci sono buttata di istinto: era un progetto in una scuola di sordomuti ad Asunción. Mi occupavo di bambini che faticavano a comunicare i loro bisogni e vivevano per strada: le suore li avevano accolti in una casa famiglia e noi organizzavamo alcune attività. A quell’epoca non pensavo ai figli, ma in me è scattato qualcosa: la voglia di aiutare i piccoli, sono il nostro futuro. Come ha deciso di fondare una Onlus tutta sua? Da Asunción avevo portato a casa un carico emotivo importante, ma seppi incanalarlo: ho iniziato a collaborare con alcune Ong. Tra queste Intermed Onlus, che ho conosciuto grazie a mia sorella: lei lavora in ospedale e mi ha presentato Antonella Bertolotti, una dottoressa di Intermed che mi ha portato con lei in alcuni progetti nel terzo mondo. A 27 anni ho deciso di fondare Dharma, specializzata in progetti sociosanitari. Cerchiamo di portare in Africa le conoscenze e gli strumenti perché i locali riescano a gestire scuole e ospedali, anche autofinanziandosi, senza aiuti dall’alto. Da dove viene il nome Dharma? Da un libro intitolato «Il monaco che vendette la sua Ferrari»: parla del significato della parola sanscrita «dharma», che significa «lo scopo di una vita». Per me è il fil rouge che lega tutte le mie attività, nella Onlus come nel calcio: lo scopo di una vita è lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. C’è qualche progetto, in Dharma, che le sta particolarmente a cuore? Tutti, ma ve ne racconto uno: sul confine tra Uganda, Congo e Ruanda, una zona di guerra per risorse come coltan, oro e diamanti, è stata fondata una scuola che si chiama «Santa Clara School», in mio ricordo. Cerchiamo di strappare i bambini alla guerra e allo sfruttamento delle multinazionali che li costringono a lavorare per estrarre risorse. Questo progetto è legato alla collaborazione con le suore Canossiane nel nord dell’Uganda: qui ci sono bambini-soldato che prima di andare in guerra vengono drogati, in modo da cancellare in loro qualsiasi emozione o resistenza. Le suore li disintossicano e negoziano persino con i capi ribelli per salvarli e farli andare a scuola. È capitato anche a lei di farsi avanti per negoziare? Sì, e mi tremavano le gambe, ma ho scoperto pure quanto coraggio avessi. Il coraggio è dipinto come una qualità maschile, ma, in profondità, è più delle donne: l’incredibile attività delle suore in quei Paesi mostra la forza della sorellanza. Riuscivo a fare queste cose perché sentivo la forza del gruppo: eravamo una squadra. Come il Brescia. Il legame è quello: cambiare il mondo con la solidarietà e la rivendicazione di diritti fondamentali. Guardando i miei 2 figli non mi capacito che, se diventassero calciatore e calciatrice, lui avrebbe tutele e garanzie mentre lei non sarebbe nemmeno professionista. Quando ho scoperto che le atlete non sono professioniste mi sono stupita. E la gente è incredula quando fai notare che Federica Pellegrini non è riconosciuta professionista. Il professionismo nel calcio femminile ormai sembra alle porte. Ma non sarà così facile: non ci sono contributi dalla Figc, quindi i costi ricadranno sulle società, rischiando di cancellare i piccoli club. La mia intenzione, per il Brescia, è far leva sul senso di appartenenza della comunità e della città, parlando con istituzioni, imprenditori, tutte e tutti. Facciamo intervenire più attori possibile per un progetto che è davvero importante e riguarda ognuno di noi: tutti possiamo avere figli e nipoti. Dobbiamo garantire alle ragazze i diritti che poi sono il minimo indispensabile. Altri progetti in cantiere? Arriverà una mental coach, poi vorrei creare più filiali del club in giro per la provincia, magari nella Bassa e nelle zone più lontane dal campo, così che la distanza non sia un ostacolo per tante giovani giocatrici. Intendo anche sviluppare un progetto di gemellaggio con una squadra femminile africana, per ribadire la solidarietà e questo messaggio: siamo donne uguali in tutto il mondo. Anche se ha dichiarato di non essere una donna di calcio ha sempre respirato questo sport con suo marito Marco Zambelli, ex capitano del Brescia. Sì, non mi sono mai persa una sua partita e nemmeno i miei figli, anzi: andavo in curva a fare il tifo come una matta. Lui ha sempre creduto in me e anche in questo progetto del Brescia femminile mi ha appoggiato pienamente, con tutta la sua fiducia e stima. Avere accanto una persona così è inestimabile. •. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alberto Bicocchi

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