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17.06.2019

Ogni giorno tre
donne si ribellano
agli abusi

Ogni giorno tre bresciane si ribellano alle violenze subite
Ogni giorno tre bresciane si ribellano alle violenze subite

Ogni giorno tre bresciane vittime di abusi fisici o psicologici si rivolgono ai centri antiviolenza del territorio per ottenere assistenza. Un dato specchio dell’emergenza di un fenomeno che si sta radicalizzando, ma anche di una sensibilità crescente capace di far emergere soprusi destinati in passato a restare sepolti nell’animo delle vittime e tra le pareti domestiche.

 

NEL 2018, SECONDO i dati raccolti dalla Regione Lombardia, le vittime di abusi e intimidazioni che hanno usufruito complessivamente dei servizi sono state 11.323. «Solo i nuovi contatti del 2018 sono stati 6.646, rispetto ai 5.892 casi del 2017», spiega Silvia Piani, assessore regionale alle Politiche per la famiglia, Genitorialità e Pari opportunità. Si sono rivolte ai 50 centri antiviolenza che, insieme alle 74 case rifugio (erano 46 nel 2017) e alle 27 reti territoriali, «coprono il 100 per cento del territorio», contro il 98,4 per cento del 2017. La mappa dei flussi di richieste di aiuto, ospitalità e consulenza legale delle vittime delle violenze vede Milano al primo posto con 4.629 persone assistite.

 

A SEGUIRE BRESCIA con 1.332 vittime che hanno usufruito dei dieci terminali del network di protezione, sei aperti proprio l’anno scorso. Le altre province sono al di sotto della quota mille: Varese 959, Monza Brianza 819, Bergamo 804, Pavia 543, Como 501, Lecco 497, Lodi 455, Mantova 423, Cremona 305, Sondrio 56. Il quadro emerge dalla quarta relazione annuale «La violenza contro le donne in Lombardia», che è stata illustrata nel corso di un incontro alla presenza tra gli altri del viceprefetto di Milano Alessandra Tripodi, del presidente della Sezione autonoma Misure di prevenzione del Tribunale di Milano Fabio Roia, di Alessandra Simone, dirigente dell'Anticrimine della Questura di Milano, e di Luigi Manzini, tenente colonnello del Comando provinciale. Uno degli aspetti più inquietanti emersi dall’analisi del rapporto è che nel 36,2 per cento i bambini hanno assistito alla violenza e sono altre vittime.

 

MA CHI SONO le persone maltrattate che chiedono aiuto? Il 62 per cento sono italiane, il 31 per cento con meno di 34 anni, il 33 per cento tra 35 e 44 anni, il 54 per cento coniugate o conviventi, il 60 per cento con figli minori, il 43 per cento non lavora. In poco più della meta dei casi, gli interventi sono sfociati in accoglienza, poco più di 200 le bresciane prese in carico e che usufruiscono di servizi specialistici. Le persone che hanno contattato i centri antiviolenza hanno chiesto informazioni generiche nel 63% dei casi, hanno cercato uno sfogo per il 49 per cento. Il 31 per cento aveva bisogno di consulenza legale, il 21% ha voluto delucidazioni sui percorsi psicologici, il 10 per cento ha chiesto ospitalità, casa, lavoro e denaro, il 2% richieste sanitarie e, nella stessa percentuale un sostegno di emergenza. Infine, l’1% si è rivolto ai centri antiviolenza per altre motivi. Gli autori delle violenze, secondo il rapporto, sono i mariti o i conviventi (60%), gli ex coniugi o ex conviventi (17%). Diversificata la natura dei maltrattamento: l’86% è di tipo psicologico, il 72% fisico, il 31% economico. Lo stalking ha riguardato il 31% delle vittime. Quanto al percorso di tutela, il primo passo è il colloquio di ingresso che rappresenta un momento strategico. Le consulenze legali e quelle psicologiche rappresentano la parte più consistente dell’attività svolte dai terminali di tutela. L’ospitalità incide per brevi periodi, perché tutte le donne abusate anelano a rifarsi una vita trovando un lavoro. L’emancipazione economica e lavorativa delle donne, spesso ostaggio del sostegno finanziario offerto dal marito o compagno violento, è dunque lo strumento più incisivo nella battaglia contro questa piaga. «Tra gli aspetti potenziati - spiega a questo proposito l'assessore Piani - ci sono i programmi per favorire l'inserimento lavorativo e l'autonomia abitativa. Abbiamo investito molto in formazione, anche in ambito universitario, e lanciato una nuova app per facilitare il contatto delle vittime con i centri».

 

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Cinzia Reboni
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