INTERVISTA

Alberto Fortis

«Brescia nel mio destino Il mio sogno? Un musical»
3 settembre 2016: a bordo della motonave Capitanio per girare il video di «Infinità infinita» sul lago d'IseoAlberto Fortis, cantautore: 66 anni e oltre 40 di carriera alle spalle
3 settembre 2016: a bordo della motonave Capitanio per girare il video di «Infinità infinita» sul lago d'IseoAlberto Fortis, cantautore: 66 anni e oltre 40 di carriera alle spalle
3 settembre 2016: a bordo della motonave Capitanio per girare il video di «Infinità infinita» sul lago d'IseoAlberto Fortis, cantautore: 66 anni e oltre 40 di carriera alle spalle
3 settembre 2016: a bordo della motonave Capitanio per girare il video di «Infinità infinita» sul lago d'IseoAlberto Fortis, cantautore: 66 anni e oltre 40 di carriera alle spalle

Cittadino del mondo come tutti gli artisti, radicato alla natia Domodossola ma anche bresciano adottivo, ormai, per legami così consolidati nel tempo da essere molto più di una mostrina sul petto o una captatio benevolentiae qualsiasi. Alberto Fortis uno qualsiasi non è, risultando (oggettivamente) fra i più grandi cantautori italiani di sempre, esteta della musica pop che aprì un concerto di James Brown e ancor oggi è di certo più vicino (molto più vicino) ai Beatles che a Calcutta, nell’ordine: ha studiato e suonato con Umberto Benedetti Michelangeli; la sua band erano i Flying Foxes, ossia i Volpini Volanti Betty Vittori, Franco Cristaldi e i fratelli Cazzago; ha collaborato a lungo con Mauro Pagani; è costantemente al fianco dei Beatlesiani (appunto) capitanati da Rolando Giambelli. Suo cugino Michele Fortis invece è un medico e lavora alla Domus Salutis. Connessioni molteplici con una città che può sentire, a ragione, come casa sua. «Eh sì, un pochino sì - sorride -... Dei Foxes ho ricordi stupendi. I fratelli non si dimenticano, con Cristaldi continuo a collaborare con piacere. Betty, poi, è un’amica. Per me lei è sinonimo di bravura e di fratellanza. Le ho dato il battesimo da corista, aveva il terrore del pubblico per una questione di emotività e poi si è visto cosa ha dimostrato, che cantante è diventata! Con Mauro Pagani, che non ha bisogno di presentazioni, ho fatto il secondo album e 2 tour il secondo dei quali era di 90 date, non poche. Con Umberto Benedetti Michelangeli, nipote del grande Arturo, ho condiviso l’esperienza delle prime band ai tempi delle medie e del ginnasio. Io batterista, al piano sedeva Umberto. Brescia è nel mio destino: per me è anche l’amicizia con un grande pittore quale Renato Missaglia. Con la sua collaborazione una delle mie canzoni più recenti, «Venezia», è in heavy rotation col suo video al padiglione del Rotary a Dubai.

Fortis è ormai anche sinonimo di Beatles. E di Beatlesiani.
Sono molto contento di aver partecipato all’inaugurazione della nuova sede del Beatles Museum, all’Antica Birreria Wuhrer, con Betty e Omar Pedrini, Silver e Mario Bargna, un giovane di talento con cui è bello collaborare. È stato un concerto straordinario, non una semplice manifestazione con ospiti ma il frutto di un comune sentire. Rolando Giambelli merita tutto l’appoggio per la costanza di una fede artistica e musicale così preziosa e rara.

L’estate scorsa a pochi chilometri da Domodossola ha creato un festival come Lusenstock, aperto agli artisti emergenti e con collegamenti con Liverpool e San Gimignano. L’ennesima sfida di un percorso musicale che ha già festeggiato i quarant’anni di carriera. Se si guarda indietro?
Penso che la mia è stata, è tuttora una vocazione.

Ha fatto il musicista quando poteva fare il medico: suo padre chirurgo è stato promosso colonnello degli alpini per i meriti acquisiti in un’azione umanitaria ed era direttore sanitario di Domodossola; il cugino di sua madre Lino De Gasperis è stato uno dei primi e più influenti cardiochirurghi italiani.
Avrei potuto seguire anche quella strada in teoria, vero. Ho studiato per 8 anni al collegio cattolico Rosmini dove ho ricevuto un’educazione dura. Si studiava come matti e mi è servito molto nella vita, anche se già a 5 anni a Babbo Natale come regalo chiedevo una batteria: il mio primo strumento, la suono pure in «Do l’anima», l’album che ho fatto pochi anni fa con Lucio Fabbri. Quando avevo 16 anni e mezzo feci la prima registrazione per la Cbs Sugar con un gruppo di Domodossola, I Raccomandati. Andammo a incidere a Milano per Rai 2, con me c’era mia mamma perché ero minorenne e da solo non potevo entrare. Ci tenne a battesimo Domenico Modugno. Dopo la maturità mi sono iscritto a Medicina a Genova, ma soprattutto ho lasciato la batteria per il pianoforte e ho scritto subito quello che sarebbe diventato il mio secondo album, «Tra demonio e santità». Sono stato sotto contratto per due anni con la Rca, ma non c’era verso di far uscire il mio primo disco.

«Alberto Fortis»: forse il debutto più folgorante della storia della canzone italiana, rilasciato nel 1979, anno anche di un tour da esordiente con Vasco Rossi. Lucio Dalla diceva che di ogni artista bisogna considerare soprattutto la prima opera: «Lì c’è già tutto, la verità di un’ispirazione; il primi disco è sempre il più bello». Il suo era bellissimo: perché i discografici non volevano farlo uscire? Lei dedicò «Milano e Vincenzo» a Vincenzo Micocci, che ritardò l’avvio di carriera ma con cui si è poi riappacificato, tanto da pubblicare nel 2010 «Vincenzo io ti abbraccerò».
Non fu tanto Micocci a non volere il progetto. Quasi tutti i presidenti delle compagnie italiane avevano rifiutato il materiale che sarebbe diventato il mio primo album. Parliamo di 8, forse 10 etichette. Il problema è che oggi come allora la discografia italiana non è particolarmente illuminata: qui una Billie Eilish non sarebbe mai potuta sbocciare. Io ebbi la fortuna dopo due anni di attese e frustrazioni di avere l’appoggio di Claudio Fabi, grande produttore nonché padre del cantautore Niccolò, che grazie al successo del mio album diventò direttore artistico della Polygram.

Come finì con la Rca?
Andai da Milano a Roma per l’ultima audizione. «Ho una canzone nuova un po’ forte», dissi a Ennio Melis, che era il capo e mi rispose «Fortis, ci piacciono le canzoni forti, canti». Cantai «A voi romani». Dopo l’ultima nota fu il gelo. Del gotha presente applaudì uno solo: era fiorentino. Mi liberarono dal contratto; allora tramite Mara Maionchi e Alberto Salerno incontrai il presidente della Philips, un parigino laureato alla Sorbona, che dopo aver ascoltato i miei pezzi mi propose un contratto di 5 album. Gliene sarò sempre grato. Chissà cosa sarebbe successo se non avesse creduto in me.

Il primo concerto suo di cui ha memoria?
Nel 1979 prima di James Brown allo stadio di Modena. Temevo mi tirassero addosso di tutto, cantai «Milano e Vincenzo» e qualcosa in effetti mi tirarono: arrivavano mutandine di ragazze.

Allora era più facile o difficile per un giovane emergere?
Forse oggi è anche peggio, per quanto X Factor stia mandando buoni segnali con quest’ultima edizione e gran parte del merito è di Manuel Agnelli. A me piaceva Vale LP, credo vincerà gIANMARIA. Oggi Ghali e Marracash vengono pagati a peso d’oro dalle case discografiche che in precedenza li hanno respinti a più riprese. Bisogna ridare fiducia ad uffici artistici realmente competenti in materia. Il problema andrebbe affrontato nelle scuole, alla radice, perché questo Paese è straziato nel suo Dna, la sua cultura minata dall’interno; sembra di essere in Guerre Stellari, solo che qui Darth Vader ha vinto. Comanda il lato oscuro della forza. Lo dico io che non mi lamento: dal lockdown ho prodotto più di 250 concerti.

La canzone che ha più voglia di cantare?
Ne devo dire almeno tre: «Duomo di notte», «Settembre», «La sedia di lillà». E fra le ultime «Venezia».

Una canzone che vorrebbe aver scritto?
Ne dico due dei Beatles, «Strawberry fields forever» e «In my life». Poi voglio citare «Purple rain» di Prince, altro capolavoro. E fra i contemporanei amo i pezzi di Childish Gambino e Post Malone.

Il suo sogno è sempre realizzare un musical?
Certo. Sono in corso indagini per verificarne la fattibilità. Il desiderio resiste, assolutamente.

Gian Paolo Laffranchi