INTERVISTA

Lorenzo Tiezzi

«Brescia capitale della notte? Tornerà ad esserlo innovando»
Lorenzo Tiezzi: classe '72, fiorentino di nascita ma bresciano d'adozione da oltre vent'anni, comunicatore e blogger esperto di musica e «nightlife»
Lorenzo Tiezzi: classe '72, fiorentino di nascita ma bresciano d'adozione da oltre vent'anni, comunicatore e blogger esperto di musica e «nightlife»
Lorenzo Tiezzi: classe '72, fiorentino di nascita ma bresciano d'adozione da oltre vent'anni, comunicatore e blogger esperto di musica e «nightlife»
Lorenzo Tiezzi: classe '72, fiorentino di nascita ma bresciano d'adozione da oltre vent'anni, comunicatore e blogger esperto di musica e «nightlife»

Il suo blog, «Alla discoteca», ha segnato il tempo immobile del lockdown. Il suo primo libro, «Faccio after», dizionario semiserio su come diventare David Guetta, è nato per aiutare gli artisti dell'intrattenimento rimasti senza lavoro. E «dopo la raccolta fondi con l'associazione Mai Più Solo con cui ho collaborato sono finalmente partiti i bonifici per aiutare qualcuno tra i tantissimi in difficoltà». Lorenzo Tiezzi sa di cosa parla: giornalista e comunicatore fiorentino d'origine ma ormai bresciano d'adozione, già ufficio stampa di alcune fra le più importanti discoteche di città e provincia oltre che di molti deejay, è uno studioso del mondo della notte. Fenomeno che si può capire solo indagandolo da un punto di partenza solitamente trascurato: di mestiere si tratta. Tolta la patina del divertimento, del glamour, il settore ha professionalità, regole e criticità quanto e più di tanti cosiddetti lavori seri.«Operare nell'intrattenimento può prevedere diversi piani di battaglia - osserva Tiezzi - perché è una macchina che muove l'economia. Un mio amico porta in giro le ballerine da un evento all'altro: onestamente ci sono lavori peggiori... Ma, battute a parte, garantire che ogni tassello sia al suo posto è fondamentale e richiede serietà. Il fonico, il lucista, chi fa comunicazione: la filiera è lunga, le star sono solo la punta dell'iceberg».

Laurea in musica al Dams di Bologna nel 1996, poi 25 anni nella comunicazione. Una cosa che ha imparato, di quelle che non s'insegnano a scuola?
Quando si dicono le cose come stanno spesso si scontenta qualcuno. Ma va bene così, è la strada giusta.

Ltc, Lorenzo Tiezzi Comunicazione, la musica come scelta di vita. Da sempre?
Sì. Quand'ero piccolo le donne di casa mia cantavano tutte. Mia mamma con le mie zie che hanno passato tanto tempo in collegio, tutte canterine. Perché in collegio le monache, come chiamiamo a Firenze le suore, hanno il grande pregio di cantare e far cantare. Mia nonna era appassionata di sinfonica. Ero immerso nella classica, non l'ho mai considerata fino ai 30 anni, poi però sono tornato all'ovile: ora ascolto sia Bach che Mozart. Mia mamma mi ha fatto fare tutti i corsi possibili, tastiere e non tastiere. Ho un progetto mio, «Always Unrealesed»: lo porterò dal vivo, ma non lo pubblico. Oggi la musica è troppo levigata, prodotta. Io sono molto per il live, amo il jazz, sento vicino Keith Jarrett anche se sono 12 volte meno bravo di lui. La produzione nella discografia ha raggiunto l'apice a fine '70, ma i Pink Floyd erano grandi musicisti, Michael Jackson il miglior performer del mondo. Il gusto della performance ora si è perso.

Chi le piace, ora?
The Weeknd non si può discutere. Ma mi sono entusiasmato per Ariete, le ho anche scritto: sono andato a sentirla a Cremona, è eccezionale. Mi dà speranza. I giovani bravi e capaci ci sono. Certo, le radio generaliste dovrebbero fare di più: a mio tempo ho scoperto gli Steely Dan su 105, oggi non potrebbe succedere.

Succede su Capital. A fine anni '90 succedeva a Tmc2.
Una bellissima esperienza, tanto importante per me. Ultimo anno di trasmissioni della rete, ero coautore di un programma folle e magnifico, «Nightfile», in cui Edoardo Bennato prima di omaggiare i Beatles mi chiedeva se la chitarra era accordata bene perché i grandi sono sempre così, sono umili, e Federico Zampaglione non sfruttava l'occasione per promuovere i Tiromancino perché «sono qui per fare onore a Hendrix». Musica per la musica. Stupendo.

Com'è arrivato a Brescia?
-Dopo diversi master post laurea, sono stato direttore di palco a Milano per l'Orchestra Verdi e ho lavorato con Audioglobe Distribuzione che spaziava fra i generi. Nel 2000 sono arrivato a Media Records con Gianfranco Bortolotti.

Che con «la casa discografica dei dj» ha fatto la storia.
Sì. E mi ha insegnato che i brani devono respirare. Comunicatore vero, visione chiara: mi son trovato benissimo. Più difficile avere a che fare con Gigi D'Agostino, molto difficile. Ma adesso siamo in ottimi rapporti. Mi sono occupato di Caro Emerald, ho promosso «Danza kuduro» perché la musica serve anche a questo: a far muovere i sederi.

Ha curato eventi con Claudio Coccoluto, lavorato con locali e dj, artisti, case discografiche: come sta adesso il mondo della notte?
Rispondo con una domanda: siamo davvero il male noi? Non c'è una stata parola di sostegno al settore di ex dj come Jovanotti, ma nemmeno da big come Tiesto per i piccoli professionisti in difficoltà: me la sarei aspettata, visto che per mesi questo mondo è stato demonizzato e per nulla supportato.

Brescia sarà capitale della cultura nel 2023. Quando tornerà ad essere capitale della nightlife?
Locali bresciani che funzionano ce ne sono: il Circus lavora bene con i giovani, l'Areadocks è fantastico anche se dovrebbe farsi conoscere anche fuori dalla provincia. Investire nella comunicazione è fondamentale, come la capacità di innovare. Io sono stato fortunato a lavorare con Viviana Ranzani e Massimo Plebani: ci vorrà questo, puntare sulle idee. Per fare i grandi numeri servono scelte forti. Non si può mettere l'amico dell'amico in ruoli cruciali. Serve personalità.

La stessa dei big che ha intervistato?
Sì, perché come dicevo per Bennato i grandi sono umili. Ho incontrato Paris Hilton al Sesto Senso: strepitosa, molto simpatica. E la scaletta del suo djset era bella. Poi ho conosciuto un mito come Giorgio Moroder, gentile e disponibile come tutti i grandi. «Non ho mai fatto il dj prima, ho sempre cercato di fare musica», mi ha detto.

«Cercato di fare musica», Moroder...
Sì! E mi chiedeva consigli. Io mi voltavo, pensando «Starà parlava con qualcun altro»? Anche Vasco è così: mi faceva domande, chiedeva il confronto. Come Ligabue, come Cremonini, tutta gente che ha fatto il dj o è comunque cresciuta nel mondo della notte.

Il mondo dello sport è più facile?
È l'altra mia passione, anche se la musica viene prima. All'università insegnavo nuoto: il lavoro più bello che ci sia perché è un po' come salvare vite, e nel contempo lo sport è più semplice della vita e anche della musica. Lo sport è misurabile, vittorie e sconfitte non sono opinabili, e impari ad apprezzare la fatica, il merito altrui, a rispettare chi s'impegna. Se t'impegni ti dicono «bravo» tutti. In quale altro ambito succede? Sono ancora in estasi per le Olimpiadi, non sarò come i campioni ma ci provo anch'io! Corro tanto e correndo ho scoperto la provincia di Brescia, la Maddalena ha una natura splendida e sentieri ottimi anche grazie al lavoro del Comune. Allo sport, adesso, dedicherò il mio prossimo libro.

Come s'intitolerà?
«The finisher»: dizionario semiserio per passare da zero chilometri a cento miglia..

Gian Paolo Laffranchi

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