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24.02.2018

La rinascita del maglio svela secoli di storia

La fucina dell’officina  ricavata alla fine del ’500 nell’antico mulino
La fucina dell’officina ricavata alla fine del ’500 nell’antico mulino

In principio era il mulino di Nuvolento, poi divenne un maglio. Quindi gli effetti del tempo, dei lunghi secoli d’abbandono trasformarono la struttura in un rudere. Infine oggi, grazie all’interesse e alla passione per la memoria storica di Gianfranco Cretti, è stata recuperata l’ex fucina del maglio. Ora quell’esperienza di recupero è diventata un libro, presentato nei giorni scorsi nella sede della Fondazione Civiltà Bresciana diretta da monsignor Antonio Fappani. Curata dalla stessa fondazione e da Cretti, la pubblicazione traccia la storia della struttura e ne indaga storicamente l’evoluzione, fino al suo recupero alla fruizione della comunità: sorto nel Medioevo come mulino, struttura che in ogni paese garantiva l’autonomia alimentare alla popolazione autoctona, esso sfruttava - sottolinea l’autore - la forza dell’acqua canalizzata dalle numerose seriole presenti sul territorio, create nel corso del tempo medievale specialmente dall’opera degli ordini religiosi monacali. Come è stato ricordato anche a Nuvolento le acque del Chiese e del Naviglio diedero origine ad almeno tre seriole: quella del mulino, quella detta della macina e la Gambarina, dove poi fu creata nel ‘900 la stazione della linea ferroviaria Rezzato- Vobarno e che ancora è visibile, purtroppo come rudere, dalla statale 45bis. E le derivazioni idriche minori sono un ricordo per i più anziani, i quali ricordano ancora oggi come tanti anni fa per andare in parrocchiale si dovesse attraversare un ponticello che scavalcava appunto un canaletto: un corso d’acqua artificiale creato per il filatoio Ridolo. Inoltre è stato ricordato, il lavoro svolto dal Comune per recuperare il vecchio mulino comunale, oggi biblioteca e sala civica. È stato quindi ricostruito il recupero del mulino-maglio inquadrandolo nel suo contesto storico: divenne maglio intorno alla fine del ‘500, quando l’agricoltura e le cave presenti massicciamente nella zona, necessitavano di attrezzi in ferro per coltivare le zolle, dissodare e per sbancare e frantumare le rocce. Nel 2004, ha spiegato Cretti, «l’edificio era in condizioni assai degradate, l’acquistammo e iniziammo a ripulirlo; poi ricostruimmo le parti sia del ruolo antico di mulino che del più recente di maglio». •

Claudio Cazzago
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