LA RICORRENZA

Flaiano, l’addio 50 anni fa. A Brescia da bambino: un’infanzia tra i collegi

di Sara Centenari
Nelle peregrinazioni della fanciullezza fu ospite di una famiglia in città. Il rimpianto di un'età e una felicità perduta rivive in un soggetto per film
Ennio Flaiano nacque a Pescara  il 5 marzo del 1910 e morì a Roma il 20 novembre ’72: Maria Paiato reciterà alcuni dei suoi testi a dicembre a Brescia
Ennio Flaiano nacque a Pescara il 5 marzo del 1910 e morì a Roma il 20 novembre ’72: Maria Paiato reciterà alcuni dei suoi testi a dicembre a Brescia
Ennio Flaiano nacque a Pescara  il 5 marzo del 1910 e morì a Roma il 20 novembre ’72: Maria Paiato reciterà alcuni dei suoi testi a dicembre a Brescia
Ennio Flaiano nacque a Pescara il 5 marzo del 1910 e morì a Roma il 20 novembre ’72: Maria Paiato reciterà alcuni dei suoi testi a dicembre a Brescia

Se immaginiamo che uno dei più geniali sceneggiatori, scrittori e giornalisti italiani di sempre - Ennio Flaiano - abbia goduto di un’infanzia dorata tra coccole familiari e successi scolastici, se crediamo che si sia fatto le ossa, e il sense of humour, in una sorta di palestra infantile divertente, comica e piena di impulsi positivi, ci sbagliamo. Gli stimoli non mancarono ma furono accompagnati da un austero senso di fatica, spaesamento e solitudine. Gli anni della fanciullezza si inanellarono uno dopo l’altro tra collegi, pensionati, viaggi tra città e regioni di verse. Un nomadismo scolastico ed esistenziale arduo da sostenere per un bimbo e ambientato, a un certo punto, proprio a Brescia.

Un momento della vita di Flaiano che lasciò un segno così forte da essere tradotto oltre 30 anni dopo su carta in un magma di nostalgia ribollente. Il giornalista a che scrisse per Il Corriere della Sera e Il Mondo, firma di elzeviri indimenticabili e sceneggiatore di oltre 60 film, di capolavori come «La strada», «I vitelloni», «8½» di Fellini e «La notte» di Antonioni, nacque a Pescara da Cetteo Flaiano e Francesca Di Michele il 5 marzo di un 1910 «così lontano e pulito che mi sembra di un altro mondo» scrisse per l’Antologia del Campiello.

«Mio padre commerciante, io l’ultimo dei sette figli della seconda moglie Francesca, donna angelica che le vicende familiari mi fecero conoscere troppo poco e tardi». In questo scritto del 1970 c’è subito una nota dolce-amara che introduce al senso della separazione, a un affetto strappato e boicottato.

L’autore che ci ha lasciato mezzo secolo fa a Roma - il 20 novembre del 1972 - parla di un’infanzia dickensiana, un’esperienza durissima alla David Copperfield che ha lasciato «tracce molto profonde nella mia psicologia». È in un’intervista del 1972 che condensa i motivi di questa migrazione in lungo e in largo per l’Italia. «A cinque anni mi hanno mandato a studiare a Roma; non è che mancassero le scuole, ma la verità è che mio padre voleva togliersi dai piedi suo figlio…No, non perché fossi turbolento, ma il fatto è che in casa c’era una situazione critica, si era separato dalla moglie, lasciamo stare. Ho vissuto una infanzia piena di esilii: mi mandarono a studiare nelle Marche, a Camerino, a Fermo, a Senigallia, poi a Chieti, a Brescia, a Roma, nel collegio nazionale».

Brescia nel 1921-22: non un semplice passaggio neutro. Un pezzo di vita che diventò grande letteratura, dopo aver lasciato un’impronta forte nella sua mente impressionabile, irrorata già allora dai fiumi di un’immaginazione che dire fervida è riduttivo. «Il bambino» è lo scritto che raccolse quell’esperienza, un soggetto pubblicato per la prima volta nel 1984 nel volume «Storie inedite per film mai fatti». In realtà lo sceneggiatore propose a Luciano Emmer di farne un film ma cambiò idea, per la «natura troppo intima della vicenda» come scrive Fabrizio Natalini in «Ennio Flaiano - Una vita per il cinema».

Il piccolo Ennio (Carlo nel soggetto), infelice per i lunghi periodi in collegio, è convinto a passare un anno nella casa natale di un suo insegnante, a Brescia. La famiglia che dovrebbe accoglierlo si rivela molto povera ma il protagonista si affeziona ai suoi ospiti, vivendo nella zona di San Polo e trovando in loro il calore familiare sognato. Quando il padre scopre la realtà dei fatti - «l’inganno» - lo riporta in collegio. «Quando infine il treno imboccò il lungo ponte di ferro, Carlo cominciò a piangere in silenzio. […]Il padre leggeva il giornale e non si accorse di nulla» termina il racconto.

E Flaiano nell’aprile 1955 tornò davvero a Brescia per cercare la famiglia che lo ospitò, il cui cognome era Senes. Il rimpianto per l’adolescenza perduta e, scrive Natalini, «la sensazione di estraneità al mondo» sono struggenti, tra ricordi veri e traslati dalla letteratura. Flaiano peregrinerà fino alla Capitale viaggiando in treno con i fascisti della Marcia su Roma. Sono trascorsi giusto cent’anni da quell’infausta calata preconizzatrice di nuove violenze.

Due anni prima dell’omicidio di Matteotti e di tanta altra efferatezza e oscurantismo anti-liberale. L’autore di «Autobiografia del Blu di Prussia» e «Un marziano a Roma» è stato ricordato a Brescia da Lino Guanciale al Gran Teatro Morato l’anno scorso in «Non svegliate lo spettatore». E Maria Paiato porterà in scena «Una e una notte - Il nero, il rosso e il blu» per il Ctb dal 13 al 18 dicembre a Sant’Afra (da Flaiano, Landolfi e Schmitt), dopo l’omaggio del 2020 all’autore che scriveva: «Fra trent’anni gli italiani non saranno come li hanno voluti i partiti, ma come li avrà fatti la televisione». Tutto vero. Ma molti italiani cercano ancora di non dimenticare che la situazione «è grave ma non è seria»: una delle sue frasi più citate, un simbolo perfetto della carica di critica sociale del re del paradosso. •. © RIPRODUZIONE RISERVATA